La crisi (irreversibile?) dei partiti

Perdono identità a causa delal disperata ricorsa al consenso per questo andiano incontro ad un periodo difficile

CESENA. Dalla prossima settimana potremmo vederne delle belle. Dal tre agosto scatta il semestre bianco. Nel periodo che precede l’elezione del Presidente della Repubblica non si possono sciogliere le Camere. Quindi non è utopia pensare che i partiti, sapendo che non ci potrà essere crisi di governo, diano libero sfogo alla loro voglia di apparire per cercare di curare quello che è diventato un male incurabile: la malattia del consenso.

E’ giusto e logico che i leader politici cerchino di ottenere il maggior numero di voti possibile, ma non si può accettare che in nome della disperata caccia al consenso si perseguano gli interessi di pochi calpestando i diritti di tutti. Ed ha ragione Alessandro Barbano quando, su Huffington post, scrive: è questa la drammatica miopia della politica italiana. Riguarda allo stesso modo i blitz no vax di Salvini e Meloni, e lo smarcamento giustizialista di Conte, che s’illude di salvare con una torsione radicale quel che resta del consenso grillino. E, ancora, la subalternità di Letta alla propaganda ricattatoria dei Cinque Stelle, volta al calcolo, tutto politicista, di recuperare voti a buon mercato da un’alleanza che si nutre e si giustifica unicamente con l’opposizione alla destra. E che però si paga con la rinuncia e il disinvestimento nella capacità del Pd di cambiare per crescere.

Questo perché si sta vivendo un’anomalia tutta italiana che non è quella che c’è un presidente del Consiglio non eletto, ma che la gran parte degli italiani si riconosce in una speranza comune: che Draghi resti il più a lungo possibile a Palazzo Chigi. Succede per una totale mancanza di alternative, a destra e a sinistra. E, sempre Barbano, non le manda a dire: è la percezione di inadeguatezza, di immaturità, di rigidità preconcetta, di conflittualità dell’offerta partitica a fare di questo governo un rifugio della coscienza civile.

Ma i partiti sono ciechi. Dovrebbero chiedersi perché non capitalizzano il consenso del presidente del Consiglio. Una risposta però pare esserci: i quattro leader delle principali forze politiche temono che il sostegno alle misure e al riformismo di Draghi minacci la loro identità. Ed allora hanno bisogno di marcare il territorio, comportamento che però, spesso, li porta a schiacciarsi su battaglie di minoranza. Ed anche qui è giusto citare Barbano: se i partiti assecondano e tradiscono, allo stesso tempo, il governo, è perché hanno paura di perdere con gli avversari, paura di perdere con gli alleati, e paura di perdersi. Le tre paure ne fanno una quarta più grande: quella dei cittadini che loro tornino a governare. Con l’effetto di spostare il grosso del consenso su un’offerta politica inesistente: il partito di Draghi, quello che forse non nascerà mai dall’attuale quadro partitico. E che pure già chiama la politica a nuove leadership, e a nuove e più solide identità.

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Davide Buratti

Davide Buratti, giornalista professionista, fondatore della Cooperativa Editoriale Giornali Associati che pubblica il Corriere Romagna, di cui dal 1994 e per 20 anni è stato responsabile della redazione di Cesena. Oggi in pensione scrive di politica, economia e attualità a 360 gradi nel suo blog per Romagna Post. Per contatti utilizzate il box commenti sotto gli articoli. 

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