Intervista al consigliere comunale Jacopo Zanotti

Oggi abbiamo incontrato Jacopo Zanotti, consigliere comunale a Forlì, per parlare del clima politico che si respira in città e in regione in vista delle elezioni del 4 marzo e per approfondire alcune questioni inerenti l’università, l’operato della giunta comunale e la polemica nata intorno alla candidatura del professore del Campus di Forlì Carlo De Girolamo, candidato per il M5S, che ha catalizzato l’interesse delle cronache nazionali.

Togliamoci subito il dente. Lei ha affermato che il candidato nella lista plurinominale del m5s De Girolamo ha in passato fatto campagna elettorale per il Pd. Può aiutarci a capire meglio?

La questione in particolare è vera ed è risultata comprovata da una serie di affermazioni pubbliche che il candidato in questione aveva fatto a sostegno di una candidata del Partito Democratico alle Regionali del 2014. Il che è assolutamente legittimo, sia chiaro. Ma la vicenda specifica serve per spiegare una dinamica più generale, che è relativa alla permeabilità del Movimento 5 stelle e alle caratteristiche dei suoi candidati. Nel senso che questa purezza, questa immunità da ogni appartenenza politica, in realtà scavando appena sotto la prima coltre non esiste: vi è chi è stato candidato in altri partiti, chi aveva manifestamente sostenuto delle forze politiche, o chi ancora ha altri tipi di “appartenenze”; in fondo non sono poi tanto diversi dagli altri. Questa presunta superiorità morale che loro professano, pertanto, non è in realtà che un grande specchio per le allodole. Quindi dico attenzione, perché il M5S è un partito che ha fondato principalmente il suo consenso sulla diversità etico-morale rispetto alle altre forze politiche, caratteristica questa che non gli appartiene.

Cambiamo argomento. Dopo quattro anni, si può fare un bilancio della giunta comunale a Forlì? Come valuta l’operato del sindaco Davide Drei?

 

Io credo che ogni valutazione circa l’operato del sindaco dovrà essere fatta dopo questa tornata elettorale, che ad oggi rappresenta il principale scoglio. Dal mio punto di vista questa amministrazione può ancora, in questo ultimo anno che rimane, dare un grande segno del suo passaggio portando a termine dei progetti specifici. Il PD aveva posto qualche tempo fa, ossia all’indomani di quella crisi di giunta che comportò l’azzeramento e la mancata riconferma di alcuni assessori, degli obiettivi da raggiungere. Penso al tema della sanità attraverso il rafforzamento della rete oncologica e del legame Università-Territorio, a quello ambientale e all’esecutività del progetto Alea, alle infrastrutture e alla realizzazione del terzo lotto della tangenziale, nonché ad alcuni interventi importanti in materia di recupero di investimenti e di recupero di edifici storico culturali e al completamento di quelli esistenti come il San Domenico. Abbiamo l’opportunità di beneficiare dei fondi che il governo, nel rispetto di una precisa scelta politica di investimento territoriale, ha messo a disposizione per alcuni di questi progetti, grazie anche al parlamentare locale che ha contribuito a portare a Forlì una serie di investimenti, elencati in quei fatti concreti che appunto Marco Di Maio elenca come risultati tangibili della sua preziosa attività politica. Ora bisogna che tutto questo si traduca in qualcosa di visibile a tutti i cittadini forlivesi.

Forlì, con i suoi circa 6.000 studenti, è di fatto una città universitaria. Tuttavia, sembrano esserci pochi spazi culturali e ricreativi per questi studenti. In Comune si parla di questo problema? Ci sono proposte in tal senso?

Secondo me se ne parla troppo poco. Questo è un mio cavallo di battaglia, io ho sempre creduto e credo che gli universitari siano la benzina del motore della città. La mia generazione ha più coscienza di questa dinamica, perché è una generazione che è andata fuori a studiare, che ha fatto l’università fuorisede, e quindi sa non solo quante energie portino gli studenti, ma proprio quante dinamiche riescono a smuovere, anche sotto un profilo strettamente economico: penso a quello che si muove intorno agli universitari, per quanto riguarda le attività ricreazionali e culturali, i locali, gli affitti. Si tratta quindi di una fetta di popolazione cui bisogna rivolgere alcune offerte ben precise. Vi sono due problemi principali: il primo è farlo capire ai forlivesi, che non sono mai stati una città universitaria e che quindi sono ancora piuttosto chiusi riguardo certe dinamiche; il secondo è fare in modo che Forlì non sia solo un transito per gli universitari, ma che dia un progetto a lunga durata, perché è inutile che uno studente venga a studiare qui e che dopo la laurea debba andare via, perché la città non ha un’offerta lavorativa tale da permettere di restare in questa zona. Questo è quello che deve fare la città, modulare la propria offerta sulle esigenze degli universitari che la frequentano. Un’opportunità oggi è rappresentata dalle mostre e dalla dimensione culturale che Forlì sta offrendo, perché questo è un aspetto che si interfaccia bene con alcune dinamiche universitarie, essendo la cultura del territorio legata alla storia politica della zona (penso, su tutto, all’importanza di Forlì come città del Novecento). Quindi creare una rete che tenga insieme università, istituzioni, imprese e offerta lavorativa è una grande sfida che dobbiamo porci l’ambizione di realizzare per la città.

Un’ultima domanda. L’Emilia-Romagna, per la propria lunghissima tradizione di sinistra, è considerata un granaio di voti fondamentale per il Partito Democratico. Tuttavia, sono in molti a credere che in queste politiche potrebbero esserci delle sorprese. Lei cosa ne pensa?

È vero che la Romagna è sempre stata una regione rossa, è altrettanto vero però che le forze politiche attuali hanno perso un po’ la loro dimensione ideologica, e che quindi hanno una base elettorale meno solida rispetto al passato. Grava, sul discorso del minore consenso che potrebbe avere il PD in questa regione, il fatto che queste elezioni siano legate a tematiche nazionali e non locali. Sono sicuro che se dovessimo votare domani per la conferma del Presidente della Regione, non ci sarebbero problemi per una stragrande maggioranza del Partito Democratico, perché i risultati che stiamo portando a casa sono sotto gli occhi di tutti: cresciamo più di Veneto e Lombardia, abbiamo un PIL maggiore del resto d’Italia, minor tasso di disoccupazione d’Italia, quindi da noi è chiaro che le cose funzionano. Chiaro che nel momento in cui viene meno questa concretezza di risultati che è data dalle regioni e dagli enti locali, l’elettore può avere qualche dubbio a livello nazionale, e anche regioni rosse storiche possono diventare contendibili, tant’è che i risultati di Youtrend ci danno come seconda forza politica; questo anche perché parte del nord della regione, Piacenza in particolare, è attratta da dinamiche più “padane”, quindi zone in cui in tempi recenti la maggioranza è di centrodestra. Io dico questo: il PD in questo momento potrebbe non essere visto da tutti come la risoluzione di tutti i mali, ma ora più che mai bisogna essere molto concreti. L’Italia non è un paese che è uscito dalla crisi, arranca, ma è un dato di fatto che si stia meglio di cinque anni fa. Questo perché qualcuno al governo ha fatto le cose che andavano fatte, penso ai diritti, alle normative in materia ambientale, alla legge contro il caporalato, ad alcuni interventi sull’economia. Piccoli passi, che però stanno servendo a far mettere a questo paese la testa fuori dalla melma. Allora cerchiamo di non mettere un piede sulla testa di chi sta cercando di prendere una boccata d’aria.

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