Giovanni Pascoli e il mito di una Divina Commedia interamente romagnola

“Romagna solatìa, dolce paese,
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passatør cortese,
re della strada, re della foresta”

Così il poeta di San Mauro rievoca la sua terra natia, idealizzandone un legame forse più letterario che effettivo: dopotutto per Pascoli la Romagna portava con sé memorie dolorose, come un’infanzia difficile e la tragica morte del padre, a cui si allude in numerosi componimenti.
Eppure la Romagna rappresenta quel “nido” familiare e protettivo il cui ricordo accompagnerà l’autore per tutta la vita e che –certo, con un eccesso di municipalismo- lo porterà ad immaginare una completa stesura della Comedìa dantesca in terra romagnola (tesi che non venne tuttavia accolta favorevolmente dalla critica).

Le tappe cronologiche relative alle fasi in cui Dante scrisse il suo poema sono ancora oggetto di dibattito visto che non ci è pervenuto alcun manoscritto autografo del poeta; la maggior parte degli studiosi concorda che l’Inferno possa essere stato cominciato intorno al 1306-08 (mentre l’esule fiorentino era ospite del Marchese Moroello Malaspina in Lunigiana), il Purgatorio composto tra il 1309 e il 1315 circa, e il Paradiso negli anni che vanno dal 1316-17 al 1321, quando Dante morì presso Guido Novello da Polenta, podestà di Ravenna.
Dunque la critica scommette su una gestazione estremamente lunga, il cui frutto, il poema dell’esilio, avrebbe una storia che si estende per un arco di quasi vent’anni di tempo, e attraverso città, persone, ideologie molteplici e diverse.

La teoria proposta dal Pascoli dantista ribalta tutto ciò, e per farlo, si rifà ad alcune suggestioni scaturite dal testo L’ultimo rifugio di Dante (1890) del (ben più cauto) ravennate Corrado Ricci, e una serie di “prove” raccolte tra le pagine stesse della Commedia e riportate nel saggio La Mirabile Visione, del 1902: Dante avrebbe scritto interamente la sua opera a Ravenna dopo 1313, anno della morte dell’imperatore Arrigo VII di Lussemburgo (dunque i tempi di stesura si ridurrebbero a soli otto anni).
Ma –come ribatte il Ricci- se Guido Novello divenne podestà solo nel 1316, avrebbe potuto ospitare Dante già tre anni prima? Certamente possedeva un discreto potere, ma rimane ancora da verificare se abbia realmente offerto la sua corte all’esule.

“Siede la terra dove nata fui
Su la marina dove ‘l Po discende
Per aver pace co’ seguaci sui”

Queste celebri parole pronunciate da Francesca nel canto V dell’Inferno, dove è condannata tra i peccatori di lussuria, sono utilizzate dal Pascoli come prima “prova” della paternità ravennate del poema; è chiaro che la donna si riferisce perifrasticamente alla propria città natale, appunto Ravenna, che all’epoca era collocata esattamente sul delta del Po.
Pascoli attribuisce questo riferimento geografico al soggiorno di Dante in quella terra al momento della stesura, in quanto non era così scontato che anche chi non fosse mai stato a Ravenna sapesse della posizione della città sulle diramazioni del fiume.
E inoltre, da dove nasce quella sentita commozione di Dante verso i due cognati?

“[…] Francesca, i tuoi martìri
A lagrimar mi fanno tristo e pio”

La risposta che ci dà Pascoli è molto semplice: la tragica eroina uccisa dallo stesso Amor cortese che il poeta aveva celebrato in gioventù, era la zia di Guido Novello, e –benché posta nell’Inferno- Dante non può non provare pietà; non può non ricordarla come una vittima della passione, un mito infelice reso immortale dai suoi versi.
In più, Francesca si rivela solo in via implicita mentre Dante capisce subito chi è, la riconosce e la chiama per nome, come se avesse conosciuto molto da vicino lo scandalo consumatosi nel castello di Gradara.

“Romagna tua non è, e non fu mai,
sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;
ma ’n palese nessuna or vi lasciai.

Ravenna sta come stata è molt’anni:
l’aguglia da Polenta la si cova,
sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.

La terra che fé già la lunga prova
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si ritrova.

E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio,
che fecer di Montagna il mal governo,
là dove soglion fan d’i denti succhio.

Le città di Lamone e di Santerno
conduce il lioncel dal nido bianco,
che muta parte da la state al verno.

E quella cu’ il Savio bagna il fianco,
così com’ella sie’ tra ’l piano e ’l monte
tra tirannia si vive e stato franco”

Un altro fondamentale canto romagnolo dell’Inferno è il XXVII, da cui è tratto il passo riportato. Il consigliere fraudolento Guido da Montefeltro incontra Dante (VIII cerchio, bolgia VIII) e chiede un rapido resoconto della situazione politica della sua Romagna; rapido, pensa Pascoli, non poi così tanto: anche in questa occasione il Dante auctor dimostra di avere un’idea per nulla superficiale del quadro storico e sociale della nostra zona, e non è poi così assurdo reputare che potesse averne avuta esperienza diretta.

Ma ciò che secondo Pascoli rappresenta l’inconfutabile garanzia della sua tesi lo si ritrova nel vero protagonista/antagonista del primo canto dell’Inferno:

“Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita”

La Selva. La Selva oscura. Quell’immagine contorta di peccato, da sempre considerata semplicemente come un’astratta allegoria, viene rivisitata dal Pascoli in luce di un bosco reale, ossia la Pineta di Classe, tra le cui fronde il fiorentino sarebbe potuto essersi smarrito in una notte di tempesta.
Pertanto il simbolo corrisponde al concreto, l’immaginazione alla realtà, la paura provata dal poeta diventa un sentimento vero e umano, e il realismo psicologico è fortissimo.
Ma non è tutto: quella pineta di Classe che Pascoli si limita a supporre essere stata l’ispirazione per la selva del peccato, è davvero citata all’interno del poema; in Purgatorio XXVIII Dante la paragona esplicitamente alla foresta edenica del Paradiso Terrestre:

“…tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su ‘l lito di Chiassi,
quand’Eolo scilocco fuor discioglie”

E l’ideologia che il Pascoli aveva intuito diventa subito chiara, come afferma lo scrittore nella prefazione a La Mirabile Visione: “La foresta dell’Eden somiglia, esso (Dante) dice, alla pineta di Classe. Ebbene la selva con cui comincia il poema, è quella stessa foresta. L’una e l’altra sono antiche come il mondo; sono la vita”.
Sono la vita. Questo significa che l’uomo per natura è soggetto a uno scorrere continuo, un movimento prima di discesa (la caduta dalla foresta edenica alla selva oscura), poi di ascesa (dal peccato, verso la redenzione).
Anche l’enigmatica figura di Matelda (ancora Purgatorio XXVIII) assume una connotazione nuova: essa sarebbe l’allegoria della stessa Ravenna, che contiene in sé tanto gli aspetti della vita attiva (Ravenna, città imperiale, capitale dell’Impero Romano d’Occidente), quanto quelli della vita contemplativa (città sacra che vanta i celebri apparati musivi delle chiese bizantine che senza dubbio ispirarono le ‘coreografie’ degli spiriti del Paradiso)
Dal mio punto di vista è un’immagine piuttosto singolare, ricca di una potente simbologia non così distante da quella che permea la Commedia in quanto opera allegorica e medievale; credo che questa interpretazione pascoliana sia efficace e originale e vada pertanto tenuta in considerazione.

Per concludere, Pascoli paragona lo stesso poema a una chiesa bizantina; avanza la proposta che –in un futuro- possa venire eretta proprio nella pineta di Classe una struttura bizantineggiante che ricordi la straordinaria magnificenza della Divina Commedia.

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Francesca Ture

Francesca Ture

Mi chiamo Francesca Maria Ture, ho diciannove e sono di Forlì. Frequento il quinto anno al Liceo Scientifico della mia città; non ho molto altro da dire visto che di esperienze lavorative o formative non ne ho, dato che studio ancora a scuola. Spero bastino queste poche righe! 

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