Renzi, le pensioni e il reddito di cittadinanza

Aiuto, sto diventando renziano. Non è un grido d’allarme, ma quello che ho pensato questa mattina dopo la lettura dei giornali. Io, sempre così distante (e critico) col messere di Firenze e, in particolare, con la sua visione dell’uomo forte, comincio ad apprezzare dei suoi provvedimenti. O, in questo caso, le intenzioni che, poi, dovrà tradurre in leggi. Il riferimento è alle pensioni. Non al decreto che restituisce molto parzialmentente il mancato adeguamento al costo della vita deciso dalla legge Fornero. In questo caso non mi aspettavo molto di più, anche perché mi iscrivo al partito di chi ritiene che anche i pensionati (quelli che se lo possono permettere) dovrebbero mettersi una mano sul cuore e una sul portafoglio per contribuire a costruire qualcosa per i giovani.
Quello in cui mi è piaciuto Renzi è l’intenzione di modificare la rigidità della legge Fornero, sempre in tema di pensioni. L’obiettivo è permettere, a chi fosse interessato, un adesso anticipato con una riduzione dello stanziamento mensile. Quindi, una riforma a costo zero, ma che va nella direzione del miglioramento della qualità della vita. Arrivati ad un certo punto della vita e dopo una lunga esperienza lavorativa, c’è chi vorrebbe avere più tempo per se stesso. Chi per dedicarsi alla famiglia, chi per fare dei viaggi, chi per dedicarsi anima e corpo ai suoi hobby preferiti. Ebbene, se questo non costa niente alla cosa pubblica, non si capisce perché non deve essere possibile. Il tutto sarebbe possibile spalmando su diversi anni la cifra anticipata. In pratica se una persona andasse in pensione due anni prima del previsto, i soldi che incasserebbe in quei 24 mesi, li restituirebbe un tanto al mese all’ente previdenziale facendoli detrarre dalla sua pensione.
Non è la prima volta che se ne parla. Nel recente passato lo hanno fatto Poletti, ministro del Lavoro, e Tito Boeri, neo presidente dell’Inps. Adesso, viene da pensare, se si è sbilanciato anche Renzi significa che ci sono serie speranze che il provvedimento vada in porto. Il pericolo, come sempre o quasi, viene dall’Europa. I burocrati di Bruxelles, dopo aver incassato una riforma che garantisce risparmi di circa ottanta miliardi di euro in dieci anni, potrebbero aver qualcosa da dire su una modifica che non costerebbe niente sul lungo periodo, ma che, nel breve, potrebbe pesare sulle casse dello Stato.
Mi convince meno, invece e, il reddito di cittadinanza. Per lo meno così come è stato proposto dai Cinque Stelle. Chi mi conosce bene, sa che sono un profondo sostenitore dello Stato sociale e non c’è niente che abbia incrinato le mie convinzioni. Un conto però è un welfare moderno, un altro l’assistenzialismo che qualcuno potrebbe addirittura arrivare a definire becero.
Così come è proposto, il reddito di cittadinanza costerebbe molto. Troppo per le asfittiche casse italiane. Ammesso e non concesso che le necessarie coperture si troverebbero, restano altri dubbi. La cifra (780 euro al mese) appare troppo alta. È vero che di soldi non ce ne sono mai abbastanza. Ma se pensiamo che una donna che lavora come bracciante agricola porta a casa circa 15 mila euro all’anno, potrebbe essere tentata di restare a casa e “accontentarsi” di oltre novemila euro.
No, il reddito di cittadinanza non deve essere una sorta di forma di disincentivo al lavoro. Ma un intervento articolato in modo che preveda anche l’utilizzo delle persone che ne beneficiano. In pratica il reddito di cittadinanza potrebbe essere una sorta di pensione sociale (poco meno di seimila euro all’anno) legata però a fare lavori socialmente utili per almeno quattro ore al giorno per cinque giorni alla settimana. E di lavori da fare ce ne sarebbero tanti. Dallo sfalcio dell’erba, al servizio nei luoghi di cultura per allungare gli orari di apertura. Dal servizio davanti alle scuole al supporto a tutte quelle associazioni di volontariato impegnate a ridurre i malesseri dei cittadini. Un’idea potrebbe essere, ad esempio, anche quella di contribuire a far nascere dei pronto soccorso di quartiere, strutture che diano risposte ai problemi meno gravi. Quelli che nei pronto soccorso degli ospedali vengono classificati come codice bianco o, al limite giallo. Problemi di piccola entità che, spesso, possono essere risolti anche da un infermiere. Sono però tantissimi e, di frequente, finiscono con l’intasare i pronto soccorso e,anche, a dare una visione distorta della sanità.

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Davide Buratti

Davide Buratti, giornalista professionista, fondatore della Cooperativa Editoriale Giornali Associati che pubblica il Corriere Romagna, di cui dal 1994 e per 20 anni è stato responsabile della redazione di Cesena. Oggi in pensione scrive di politica, economia e attualità a 360 gradi nel suo blog per Romagna Post. Per contatti utilizzate il box commenti sotto gli articoli. 

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