Ambientalismo senza integralismo

Ambiente e sviluppo possono procedere di pari passo. Anzi, devono. Come sempre, serve equilibrio. I problemi derivano dalle opere fatte in passato e dalla mancata prevenzione

Le piogge devastanti (con conseguenti devastazioni) di questi giorni hanno riportato di stretta attualità il tema ambientale. Mi adeguo e rinvio quelle che sono tematiche molto più locali.

 

Premetto che non mi ha per nulla appassionato la querelle politica sul rimpallo di responsabilità.

 

Chi mi conosce bene sa che ho un’anima ambientalista. Ma mi ritengo un ambientalista progressista e non conservatore. Cerco di essere più chiaro.

L’ambientalismo è una gran bella cosa. Ma bisogna fare attenzione all’integralismo. Io ero e resto fermamente convinto che ambientalismo e sviluppo del territorio debbano andare a braccetto. Anzi, dirò di più: ritengo che alcune opere infrastrutturali avrebbero un impatto positivo sull’ambiente.

 

Prendiamo la via Emilia bis, che, forse, non si farà mai. Se ci fosse scaricherebbe il traffico sul tratto di via Emilia compreso fra Diegaro e Forlimpopoli togliendo inquinamento e pericolosità. Per contro nascerebbe una lingua d’asfalto (a ridosso della ferrovia) che non avrebbe controindicazioni ambientali.

Di esempi se ne possono fare tanti. Prendiamo ad esempio la circonvallazione di Pioppa o Forlimpopoli. Ora i centri abitati sono tutti un’altra cosa. Pensate invece ai problemi che hanno Castel Bolognese o Santa Giustina. Ancora più evidenti sono i casi della secante di Cesena o dell’asse di arroccamento di Forlì.

 

È chiaro: le opere devono rispondere a dei ferrei requisiti ambientali. Se vogliamo, regole ancora più stringenti rispetto a quelle attuali che sono (se rispettate) molto vincolanti. Del resto io ho l’impressione che i problemi non sia provocati dalle ultime opere fatte, ma da quelle realizzate in passato e dall’incuria.

La mancata prevenzione e manutenzione è un altro problema. Fra l’altro è uno di quelli che mi fa dire che per risparmiare non badiamo a spese. Nel senso che per riparare i guasti spendiamo molto di più di quanto sarebbe servito per prevenire.

 

Un esempio chiaro viene da Cesena e dal Cesenate. Tutti ricordano che fino alla prima metà degli anni Novanta il territorio era ad altissimo rischio idrogeologico, ad ogni acquazzone finivamo allagati. Poi la Regione intervenne investendo una cinquantina di miliardi (se non ricordo male) di vecchie lire. Da allora i problemi sono diminuiti in maniera esponenziale.

È chiaro, l’investimento fu molto alto (e il ritorno di immagine quasi nullo), ma in oltre venti anni quanto si sarebbe speso per l’emergenza? E, soprattutto, quanti meno disagi abbiamo dovuto affrontare?

Commenta con Facebook
Davide Buratti

Davide Buratti

Davide Buratti, giornalista professionista, fondatore della Cooperativa Editoriale Giornali Associati che pubblica il Corriere Romagna, di cui dal 1994 e per 20 anni è stato responsabile della redazione di Cesena. Oggi in pensione scrive di politica, economia e attualità a 360 gradi nel suo blog per Romagna Post. Per contatti utilizzate il box commenti sotto gli articoli.

 

Lascia un Commento...