Cambiamo nome alla Romagna

Forse sarebbe il caso di ripescare qualcosa dal passato

CESENA. Lo spunto lo ha dato Mario Mazzotti. All’inaugurazione della nuova sede cesenate di Federcoop, il presidente di Legacoop Romagna ha detto di tornare ai tempi dello Stato Pontificio quando il nome di Romagna era Romagne. E’ chiaro, si è trattato di una battuta che però non è per nulla campata in aria. Quel plurale sarebbe la declinazione giusta per un territorio dalle mille sfaccettature. Un’area che ha la necessità di essere un corpo unico sotto il profilo economico/amministrativo, ma che non ha un unico volto dal punto di vista delle tradizioni. Anzi, sotto questo punto di vista è una terra dai mille volti. Lo testimoniano anche gli enormi cambiamenti che ci sono nelle inflazione dialettali, in particolare quando si parla di vocali aperte o chiuse. 

Dal punto di vista economico/amministrativo la sintesi perfetta è il titolo che Simone Arminio oggi ha fatto sul Carlino: Romagna puoi farcela: basta viaggiare uniti. Il vice della redazione di Cesena ha sintetizzato quello che è emerso nella presentazione di Fattore R. Sulla necessità di fare sistema hanno spinto un pò tutti: Renzo Piraccini, Lorenzo Tersi, Paolo Maggioli, ma soprattutto il premio nobel Michael Spence che sarà relatore di questa edizione di “Fattore R”. La filosofia è: valorizzare la Romagna mantenendo i tanti campanili, ma enfatizzando questo straordinario territorio. La sinergia del resto è fondamentale per garantire la competitività di un territorio di un milione di abitanti che vuole competere con i territori europei più avanzati. A partire dalla Baviera.

Lo stesso però non si può dire per le tradizioni. La Romagna era e resterà la terra dei mille campanili. Se poi ci aggiungiamo che i romagnoli sono tendenzialmente sanguigni ecco che è impossibile trovare un punto di intesa. Uno dei tanti esempi è quello della pagnotta pasquale: Mercato Saraceno e Sarsina, comuni confinanti, non solo si contendono la primogenitura, ma ognuno ha la propria ricetta che non vuole “inquinare” con quella dei cugini. 

La Romagna delle tradizioni non ha neppure un fil rouge. Adesso ci stanno provando con Dante, pare sia stato da tutte le parti. Ma è un tentativo inutile. Innanzitutto perché un toscano non può essere l’unificatore dei mille campanili, in secondo luogo perché passata l’ubriacatura del Settecentesimo di Dante si parlerà meno. Ma, soprattutto, perché tutti i territori non solo vogliono mantenere la loro peculiarità, ma non vogliono annacquarsi con i vicini. Per questo quel plurale sarebbe l’ideale per la nostra subregione.

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Davide Buratti

Davide Buratti, giornalista professionista, fondatore della Cooperativa Editoriale Giornali Associati che pubblica il Corriere Romagna, di cui dal 1994 e per 20 anni è stato responsabile della redazione di Cesena. Oggi in pensione scrive di politica, economia e attualità a 360 gradi nel suo blog per Romagna Post. Per contatti utilizzate il box commenti sotto gli articoli. 

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