La “Contrada florentina” ai tempi di Dante

Prima tappa dell'itinerario sulle tracce di Dante a Forlì di Marco Viroli e Gabriele Zelli

Monastero della Ripa – foto Fabio Casadei

Arrivati a Porta Schiavonia occorre ricordare che a poca distanza esiste tuttora una strada chiamata via Curte che mantiene all’incirca la stessa conformazione che aveva ai tempi di Dante, essendo l’antica via vicinale degli Orti longobardi.
All’interno della cinta muraria, allora in gran parte in legno, tutt’intorno all’abitato correva una strada, la via di circonvallazione interna, costeggiata da una larga fascia di orti. Questo perimetro verde s’interrompeva soltanto per un breve tratto proprio a Schiavonia, dove le mura andavano a toccare il greto del fiume Montone. Gli orti, la cui coltivazione era affidata agli ortolani, occupavano più di un terzo della superficie della città ed erano di proprietà della Congregazione di Carità, d’istituti ecclesiastici e di famiglie nobili.
Via Curte costeggia il Monastero della Torre e la Chiesa di Santa Maria della Ripa, oggi non accessibili, che sorgono sull’area denominata anticamente “Contrata florentina” su cui si ergeva la Torre fiorentina, punto di riferimento per la comunità di fuoriusciti toscani.
La storia del sito monumentale, che si estende nel centro della città su una superficie di circa 23.000 metri quadrati, è antica e articolata. Tutto ebbe inizio dopo il soggiorno di Dante a Forlì, prima del 1438, quando alcune suore francescane si stabilirono in un piccolo alloggiamento davanti alla Chiesa della Trinità. Risale al 1474 l’inizio dei lavori di costruzione del monastero, voluto dal vescovo Alessandro Numai, il quale posò la prima pietra su un terreno donato da Pino III Ordelaffi (1440 – 1480), allora signore di Forlì. Alla morte di Pino III, prima Girolamo Riario (1443 – 1488), quindi sua moglie Caterina Sforza (1462/63- 1509) si fecero protettori del complesso, stabilendo un profondo legame con le suore francescane che vi abitavano. Nel 1484 fu terminata la recinzione muraria, mentre la chiesa e l’annesso monastero della Torre, cosiddetto per via della Torre Fiorentina, l’alta costruzione che si ergeva ove oggi si trova via Giovine Italia, furono consacrati il 7 maggio 1497, come riporta Leone Cobelli (1425 – 1500) nelle sue Cronache: «L’anno 1497, adi 7 de magio. Fo sacrata Sancta de la Riva per mani de misser Tomasi di li Asti episcopo forlivese».
Nel dopoguerra il Monastero della Torre fu sede della Caserma Monti e del Distretto Militare. Nel 1995, passando al Demanio civile, perse anche queste ultime funzioni.
Chi ha modo di entrarvi resterà sorpreso per l’immutata armonia rinascimentale del chiostro, un quadrilatero ampio 1570 metri quadrati, uno dei più vasti d’Italia. Il porticato a nove archi per lato e la loggia con colonne ottagonali in mattoni rosa, capitelli smussati e colonnine esagonali, sono gli unici elementi giunti integri fino a noi. Il complesso resta in attesa di un progetto di recupero che ne valorizzi l’importanza storica e monumentale, e che consenta la restituzione alla città di uno dei suoi luoghi di maggiore bellezza e fascino.

Chiesa della SS. Trinità – foto Fabio Casadei

Nel percorso dantesco per le vie della città occorre dedicare una visita alla Chiesa della Trinità, la più antica pieve cristiana forlivese, risalente al IV o V secolo, da taluni ritenuta la prima cattedrale di Forlì e pertanto già esistente all’inizio del Trecento.
Tale ipotesi sarebbe confortata dalla presenza, nell’atrio a sinistra dell’entrata, di uno scranno episcopale in marmo greco venato, risalente presumibilmente al V secolo dopo Cristo. La tradizione vuole che la cattedra sia stata ottenuta da un sarcofago romano e che sia appartenuta a San Mercuriale, come testimonierebbe l’epigrafe in latino, posta sulla sommità della nicchia che la contiene e accanto alla quale si trova il cancelletto di ferro da cui si accede al campanile.
Inoltre, la seconda cappella di destra ospita un reliquiario d’argento (1575), opera di Bernardino Maiani da Sala, contenente la testa di San Mercuriale, abbellito da sculture in rilievo, raffiguranti le gesta del santo. Il capo del santo si trovava originariamente all’interno di una teca in argento, posta in una nicchia dietro l’altare maggiore, da dove fu trafugata. Ritrovata nel 1920, da allora fu posta in questa cappella, sempre all’interno di una nicchia ma protetta da una cassaforte a camera doppia. Un’indagine del 1982 ha confermato l’appartenenza della testa al resto del corpo del santo, custodito presso l’Abbazia di San Mercuriale.
L’orientamento originario dell’edificio sacro era inverso rispetto a quello attuale, per cui l’entrata era rivolta verso occidente, ossia verso l’esterno della città, fungendo da invito ai pellegrini che provenivano da Nord. L’attuale disposizione della chiesa fu portata a termine nel 1782 su progetto di Francesco Baccheri (1747 – 1835). Dell’antica costruzione resta il campanile trecentesco, a torre quadrata in mattoni a vista, che, nel 1938, è stato oggetto di modificazioni al tetto a cui furono applicate le cinque cuspidi tuttora visibili. In quella stessa occasione fu aggiunta la più piccola delle campane in memoria di Fulcieri Paulucci di Calboli (1893 – 1919).
Sino al riassetto barocco avvenuto alla fine del Settecento, la Chiesa della Trinità custodiva le tombe di grandi artisti forlivesi del Rinascimento, tra cui Melozzo degli Ambrogi (1438 – 1494) e Francesco Menzocchi (1502 – 1574), purtroppo andate perdute in seguito a successivi lavori di adeguamento.
A pochi passi dalla Trinità, dal lato opposto di piazza Melozzo, sono visibili a livello stradale i resti del Ponte dei Morattini, in precedenza denominato “dei Brighieri”, che prese nome dall’omonima famiglia che possedeva un palazzo nelle vicinanze. Composto di un solo arco a tutto sesto, costruito in cotto con inserzioni di marmo, il ponte sorgeva nella zona dell’antico Foro di fondazione romana ed era il più antico della città. Si trovava isolato rispetto agli altri ponti urbani sorti nell’Alto Medioevo perché posto sul ramo cittadino canalizzato del fiume Montone. I suoi resti sono stati scoperti nel 1997 quando, durante lavori di scavo, è riapparsa parte del lato est del ponte, lasciata poi visibile attraverso la protezione di una lastra di vetro che oggi andrebbe adeguatamente pulita e ripristinata.

Palazzo Paulucci di Calboli – foto d’archivio

Attraverso le stradine della città vecchia si giunge in via Piero Maroncelli dove, al numero 19 sorge Palazzo Paulucci di Calboli dall’Aste la cui costruzione è databile intorno alla metà del Settecento. L’intero edificio, risultato della fusione in epoche diverse di più corpi di fabbrica, si estende su una superficie di 1.600 metri quadrati. Una lapide posta sulla facciata alla destra del portone d’entrata reca incisa una citazione dantesca che ricorda la figura di Rinieri, capostipite della nobile famiglia forlivese che fu proprietaria dell’edificio:
QUESTI È RINIERI; QUESTI È ‘L PREGIO E L’ONORE / DE LA CASA DA CALBOLI, OVE NULLO / FATTO S’È REDA POI DEL SUO VALORE. / E NON PUR LO SUO SANGUE È FATTO BRULLO, / TRA ‘L PO E ‘L MONTE E LA MARINA E ‘L RENO, / DEL BEN RICHIESTO AL VERO E AL TRASTULLO; CHÉ DENTRO A QUESTI TERMINI È RIPIENO / DI VENENOSI STERPI, SÌ CHE TARDI / PER COLTIVARE ORMAI VERREBBER MENO (Purgatorio, Canto XIV, vv. 88-96). 

Commenta con Facebook

Marco Viroli

Scrittore, giornalista pubblicista e copywriter, è nato a Forlì nel 1961. Laureato in Economia e Commercio, nel suo curriculum vanta una pluriennale esperienza di direzione artistica e organizzazione eventi (mostre d’arte, reading, concerti, spettacoli, incontri con l’autore, ecc.) per conto di imprese ed enti pubblici. Dal 2006 al 2008 ha curato le rassegne “Autori sotto la torre” e “Autori sotto le stelle” e, a cavallo tra il 2009 e il 2010, si è occupato di relazioni esterne per una fondazione di arte contemporanea. Tra il 2010 e il 2014 ha collaborato con “Cervia la spiaggia ama il libro” (la più antica manifestazione di presentazioni d’autori in Italia) e con “Forlì nel Cuore”, promotrice degli eventi che si svolgono nel centro della città romagnola. Dal 2004 è scrittore e editor per la casa editrice «Il Ponte Vecchio» di Cesena. Autore di numerose prefazioni, dal 2010 cura la rubrica settimanale “mentelocale” sul free press settimanale «Diogene», di cui, dal 2013, è diventato direttore responsabile. Nel 2013 e nel 2014, ha seguito come ufficio stampa le campagne elettorali dei candidati del Partito Democratico Gabriele Zelli e Davide Drei, divenuti poi rispettivamente sindaci di Dovadola (FC) e Forlì. Nel 2019 ha supportato come ufficio stampa la campagna elettorale di Paola Casara, candidata della lista civica “Forlì cambia” al consiglio comunale di Forlì, centrando anche in questo caso l’obiettivo. Dal 2014 è addetto stampa di alcune squadre di volley femminile romagnole (Forlì e Ravenna) che hanno militato nei campionati di A1, A2 e B. Come copywriter freelance ha collaborato con alcune importanti aziende locali e nazionali. Dal 2013 al 2016 è stato consulente di PubliOne, agenzia di comunicazione integrata, e ha collaborato con altre agenzie di comunicazione del territorio. Dal 2016 al 2017 è stato consulente di MCA Events di Milano e dal 2017 collabora con Librerie.Coop. Dal 2017 è consulente Ufficio Stampa ed Eventi della catena Librerie.Coop, con sede a Bologna. È vicepresidente dell’associazione culturale Direzione 21 che da cinque anni organizza la manifestazione “Dante. Tòta la Cumégia”, volta a valorizzare il ruolo di Forlì come città dantesca e che culmina ogni anno con la lettura integrale della Divina Commedia. Nel 2003 ha pubblicato la prima raccolta di versi, Se incontrassi oggi l’amore. Per «Il Ponte Vecchio» ha dato alle stampe Il mio amore è un’isola (2004) e Nessun motivo per essere felice (foto di N. Conti, 2007). Suoi versi sono apparsi su numerose antologie, tra cui quelle dedicate ai Poeti romagnoli di oggi e… («Il Ponte Vecchio», 2005, 2007, 2009, 2011, 2013), Sguardi dall’India (Almanacco, 2005) e Senza Fiato e Senza Fiato 2 (Fara, 2008 e 2010). I suoi libri di maggior successo sono i saggi storici pubblicati con «Il Ponte Vecchio»: Caterina Sforza. Leonessa di Romagna (2008), Signore di Romagna. Le altre leonesse (2010), I Bentivoglio. Signori di Bologna (2011), La Rocca di Ravaldino in Forlì (2012). Nel 2012 è iniziato il sodalizio con Gabriele Zelli con il quale ha pubblicato: Forlì. Guida alla città (foto di F. Casadei, Diogene Books, 2012), Personaggi di Forlì. Uomini e donne tra Otto e Novecento («Il Ponte Vecchio», 2013), Terra del Sole. Guida alla città fortezza medicea (foto di F. Casadei, Diogene Books, 2014), I giorni che sconvolsero Forlì («Il Ponte Vecchio», 2014), Personaggi di Forlì II. Uomini e donne tra Otto e Novecento («Il Ponte Vecchio», 2015), Fatti e Misfatti a Forlì e in Romagna («Il Ponte Vecchio», 2016), Fatti e misfatti a Forlì e in Romagna volume 2 («Il Ponte Vecchio», 2017); L’Oratorio di San Sebastiano. Gioiello del Rinascimento forlivese (Tip. Valbonesi, 2017), Fatti e misfatti a Forlì e in Romagna, vol. 3 («Il Ponte Vecchio», 2018). Nel 2014, insieme agli storici Sergio Spada e Mario Proli, ha pubblicato per «Il Ponte Vecchio» il volume Storia di Forlì. Dalla Preistoria all’anno Duemila. Nel 2017, con Castellari C., Novara P., Orioli M., Turchini A., ha dato alle stampe La Romagna dei castelli e delle rocche («Il Ponte Vecchio»). Nel 2018 ha pubblicato, con Marco Vallicelli e Gabriele Zelli., Antiche pievi. A spasso per la Romagna, vol.1 (Ass. Cult. Antica Pieve, 2018), cui ha fatto seguito nel 2019, con gli stessi coautori, Antiche pievi. A spasso per la Romagna, vol.2 (Ass. Cult. Antica Pieve, 2018). Nel 2019, ha pubblicato con Flavia Bugani e Gabriele Zelli Forlì e il Risorgimento. Itinerari attraverso la città, foto di Giorgio Liverani, (Edit Sapim, 2019). È inoltre autore delle monografie industriali: Caffo. 1915-2015. Un secolo di passione (Mondadori Electa, 2016) e Bronchi. La famiglia e un secolo di passione imprenditoriale (Ponte Vecchio, 2016). 

Dialoga con l'autore di questo post