San Patrignano, la droga. Chi, come, dove e soprattutto perché

Tante le riflessioni che nascono dopo la serie trasmessa su Netflix

CESENA. Un docufilm a puntate su San Patrignano trasmesso su Netflix ha tenuto banco nel periodo post natalizio. Ed ora imperversa il dibattito. E’ naturale, perché la serie televisiva mette in luce tutte le contraddizioni di San Patrignano, una grande comunità di recupero che spesso è stata borderline. La vicenda delle catene e quella della macelleria sono solo la punta di un iceberg di una struttura che è una sorta di inferno e paradiso. Ha tanti meriti, ma altrettante pecche. Contraddizioni che pare facciano parte anche del dna di Vincenzo Muccioli, fondatore e padre padrone della più grande comunità di recupero d’Italia, ma non solo. 

Nel tempo nel mirino sono finiti i metodi di recupero (a partire dalle catene), ma anche aspetti della gestione della comunità. Leggendo le carte del processo per l’omicidio nella macelleria ci sono passaggi che fanno rabbrividire. Il fine giustifica i mezzi, si potrebbe dire. Il problema è che per la legge non può essere così e nessuno può essere esente, San Patrignano compreso. 

Personalmente ho sempre preferito i metodi utilizzati da Don Benzi o dal Sert, quest’ultimo allora agli albori. Però va riconosciuto a Muccioli di aver dato una importante risposta volontarista ad una sorta di assenza istituzionale facendosi carico di un nuovo fenomeno (quello della droga) in fortisssima espansione. Nel periodo compreso fra la metà degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta c’era un problema crescente a cui non si dava risposta che non fosse farsi il segno della croce o imporre la galera. 

Vincenzo Muccioli, fondatore di San Patrignano, in una foto d’archivio. ANSA/UFFICIO STAMPA SAN PATRIGNANO ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

In quegli anni Rimini era dilaniata dal fenomeno droga, in particolare l’eroina che era la causa principale della crescita della microcriminalità. La zona dell’arco di Augusto era l’epicentro di uno spaccio che poi si ramificava in diverse zone della città. Rimini era un epicentro. Arrivavano da tutte le parti. Soprattutto dalle Marche. Le morti provocate da overdose di eroina erano sempre più frequenti al punto tale da non fare più notizia. Gli arresti erano all’ordine del giorno, ma in manette finivano soprattutto pesci piccoli. Spacciatori che diventavano tali per finanziarsi l’acquisto di eroina. Si calcolava che un “tossico” spendesse fra le 100 e le 150 mila lire al giorno per “bucarsi”. E parliamo della fine degli anni Ottanta. Quindi una cifra enorme. 

Il docufilm su San Patrignano è un ottimo lavoro. Era giusto farlo, perché è uno spaccato della storia d’Italia. Ma l’impressione è che si sia raccontata solo una parte, quella più evidente. Sarebbero servite almeno un paio di puntate per raccontare il devastante effetto che in quegli anni ebbe il consumo dell’eroina. 

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Davide Buratti

Davide Buratti, giornalista professionista, fondatore della Cooperativa Editoriale Giornali Associati che pubblica il Corriere Romagna, di cui dal 1994 e per 20 anni è stato responsabile della redazione di Cesena. Oggi in pensione scrive di politica, economia e attualità a 360 gradi nel suo blog per Romagna Post. Per contatti utilizzate il box commenti sotto gli articoli. 

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