Cinquant’anni fa fioriva il breve sogno dell’Isola delle Rose

Grazie al film in programmazione su Netflix torna d'attualità il sogno naif di un ingegnere bolognese

Tratto dal libro “Fatti e Misfatti” volume 3 di Marco Viroli e Gabriele Zelli

La Romagna è davvero una strana terra, abitata da sempre da strani personaggi, che spesso sono passati alla storia per aver compiuto imprese uniche e straordinarie.
Non a caso si trova in Romagna la Repubblica di San Marino, la cui indipendenza ha origini lontanissime nel tempo, tanto da essere ritenuta in assoluto la più antica repubblica del mondo.
Nel Medioevo, com’è noto, la Romagna fu terra di condottieri e di capitani di ventura tra i più scaltri e spietati e per questo tra i più richiesti e pagati. Non dimentichiamo poi che il capostipite della famiglia Sforza fu il cotignolese Muzio Attendolo, bisavolo di Caterina Sforza, madre di Giovanni dalle Bande Nere (nato a Forlì il 6 aprile 1498), a sua volta padre di Cosimo I granduca di Toscana.
Con la successiva dominazione dello Stato della Chiesa che durò per oltre tre secoli, la repressione fece sì che molti carbonari e padri della Patria siano nati in Romagna. Dopo l’Unità d’Italia fu ancora una volta qui che nacquero i primi partiti politici (repubblicano e socialista).
Poi venne il Ventennio fascista, con Benito Mussolini, un romagnolo controverso, riguardo al quale sono state scritte migliaia e migliaia di pagine (non ultimo il monumentale M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati), che a ripensarlo oggi pare “un personaggio da romanzo se non fosse l’uomo che più d’ogni altro ha marchiato a sangue il corpo dell’Italia”. Tuttavia, nonostante tutto, quest’uomo ha fortemente influenzato nel bene e nel male, e non solo in Italia, la storia del secolo scorso, anche dopo la sua morte.
Come abbiamo già affermato in più occasioni, i romagnoli quando fanno le cose le fanno in grande e la storia che stiamo per raccontarvi ha come scenario la Romagna, o meglio il mare di fronte a Rimini, per la precisione di fronte a Torre Pedrera. Il protagonista è un romagnolo “inconsapevole”, un bolognese, perché, come scriveva Dante Alighieri, i confini della Romagna vanno individuati a nord: «Tra ‘l Po e ‘l monte e la marina e ‘l Reno», e in tal caso la città felsinea è da considerarsi romagnola a tutti gli effetti.

Il protagonista di questa storia incredibile, dicevamo, è un bolognese, l’ingegner Giorgio Rosa che al largo di Rimini, 500 metri al di fuori delle acque territoriali italiane, progettò e fece costruire una palafitta delle dimensioni di 20 metri per 20 e una volta che l’ebbe ultimata, decise di autoproclamala Stato indipendente
Non corriamo troppo e partiamo dall’inizio. L’ingegner Rosa, che era appassionato alla sperimentazione ingegneristica, per un paio di anni, aveva svolto numerosi sopralluoghi, studiando il sistema migliore per ancorare la piattaforma al fondale. Dopo aver risolto alcuni problemi tecnici e finanziari, diede il via alla costruzione della struttura che richiese alcuni anni, anche perché, a causa delle condizioni meteorologiche e dello stato del mare, non era possibile lavorare in media più di tre giorni la settimana.
La struttura, che fu progettata e brevettata dallo stesso Rosa e fatta costruire in un cantiere di Pesaro, era composta da una piattaforma leggera e al tempo stesso molto resistente, con nove piloni d’acciaio che la fissavano al fondale.
Pronta nell’inverno del ‘65, fu fissata e ancorata definitivamente nel maggio ’66. Il 23 novembre 1966 la Capitaneria di Porto di Rimini intimò la cessazione dei lavori privi di autorizzazione, poiché la zona era in concessione all’Eni. Il 23 gennaio 1967 anche la Polizia s’interessò alla vicenda, richiedendo conferma che si trattasse di lavori sperimentali. Rosa tuttavia ignorò i ricorsi delle autorità italiane e proseguì nell’opera di costruzione. Nonostante vi fosse ancora tanto da fare per ampliarla e migliorarla, Il 20 agosto 1967 l’isola venne aperta al pubblico.
Immediatamente suscitò grande interesse da parte dei curiosi che accorsero a frotte. «Venivano in barca – ricorda in un’intervista l’ingegnere bolognese –. Eravamo un’attrazione turistica, molto apprezzata anche dagli amministratori e dagli operatori di Rimini. Tanto che, quando cominciarono i guai, vi fu chi organizzò una sfilata di protesta in città. Almeno duemila furono i manifestanti».
Nelle intenzioni iniziali di Rosa l’isola doveva avere finalità puramente commerciali: «In Romagna stava sbocciando il turismo, avevano aperto l’autostrada Rimini-Bologna. Poteva funzionare. E magari oggi ne avremmo una con una superficie di un chilometro quadrato e ne avremmo costruite altre».

Nel frattempo sulla piattaforma proseguivano i lavori: sui pali fu gettato un piano in laterizio armato, alto 8 metri sul livello del mare, su cui furono eretti i muri che delimitavano i vani. S’iniziò poi la soprelevazione di un secondo piano e fu attrezzata l’area di sbarco per i battelli.
Anche se Rosa non era un esperantista, l’Isola adottò come lingua ufficiale l’esperanto, questo per ribadire il carattere internazionale della nuova Repubblica e fissare chiaramente la propria sovranità e indipendenza dalla Repubblica Italiana. «Io non lo parlavo (l’esperanto, ndr), – sosteneva Giorgio Rosa – tanto che dovevo farmi tradurre tutti i documenti. Ma era un modo per rimarcare la diversità dell’Isola, per esaltarne la libertà».
Fu così che il nome ufficiale che venne dato alla piattaforma artificiale di 400 m², che sorgeva nel mare Adriatico, a 11,612 km al largo delle coste dell’allora provincia di Forlì e 500 metri al di fuori delle acque territoriali italiane, fu Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose (Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj).
È quasi certo che il termine Rozoj (in italiano rose) fosse stato scelto in omaggio al suo ideatore, che tra l’altro cullava il sogno di «veder fiorire le rose sul mare».
L’isola artificiale dichiarò unilateralmente la propria indipendenza il 1º maggio 1968, con Giorgio Rosa a ricoprire la carica di presidente. L’ingegnere bolognese non lasciò nulla al caso. L’Isola si diede un governo, formato da una Presidenza del Consiglio dei Dipartimenti e da cinque Dipartimenti, suddivisi in divisioni e uffici, affidati a familiari e conoscenti di Giorgio Rosa. Vi era il Dipartimento Presidenza con a capo Antonio Malossi, il Dipartimento Finanze presieduto da Maria Alvergna, il Dipartimento Affari Interni guidato da Carlo Chierici, il Dipartimento dell’Industria e del Commercio capeggiato da Luciano Marchetti, il Dipartimento delle Relazioni condotto dall’avvocato Luciano Molè e infine il Dipartimento degli Affari Esteri che era presieduto da Cesarina Mezzini.
La Repubblica adottò uno stemma rappresentante tre rose rosse, con gambo verde fogliato, raccolte su uno scudo bianco e non fu un caso che riprendesse direttamente i colori (verde, bianco e rosso) della bandiera italiana.
Fu istituita anche una bandiera di colore arancione, con al centro lo stemma repubblicano. Come inno fu adottato il brano Steuermann! Laß die Wacht! (in italiano “Timoniere! Smonta di guardia!”), tratto dalla prima scena del terzo atto de L’olandese volante di Richard Wagner.
La valuta scelta fu il Mill, con un cambio alla pari rispetto alla lira italiana. Tuttavia la Repubblica non stampò mai banconote né coniò monete della propria valuta. Realizzò, invece, alcune emissioni di francobolli, una delle quali mostrava la cartina dell’Italia e in evidenza la posizione in cui si trovava l’isola delle Rose.

Pur essendosi data una lingua ufficiale, un governo, una moneta, un’emissione postale, una bandiera e un inno, l’indipendenza della micronazione non fu mai riconosciuta da alcun Paese del mondo.
Scriveva la giornalista e scrittrice Antonella Beccaria in un articolo dal titolo “Così nacque l’Isola delle rose: un piccolo stato offshore al largo di Rimini”, apparso sul «Il Fatto Quotidiano», il 27 novembre 2011:
«Chissà in quanti se la ricordano la storia dell’Isola delle Rose (…). Accade al largo delle coste di Rimini, a 11 chilometri e 500 metri dalla battigia per la precisione, abbastanza lontano da non avere fastidi da parte di qualche Stato sovrano di più lunga tradizione, in primis l’Italia. Sulla quale peserebbe, fa intendere il protagonista di questa storia, la “poco lusinghiera” non belligeranza a fianco del fronte antinazista. Perché l’ingegnere Giorgio Rosa, il suddetto protagonista, classe 1925 e un arruolamento nella Repubblica Sociale Italiana dopo l’armistizio di Cassibile e la nascita della Repubblica di Salò il 23 settembre 1943, culla il sogno di abbandonare il tricolore.
E arriva a sfiorare l’obiettivo il 1 maggio 1968, quando ha luogo la cerimonia di costituzione della neonata Isola delle Rose, Stato indipendente (almeno nelle intenzioni) festeggiato sulla piattaforma di recentissima costituzione da sei professionisti e dalle rispettive famiglie, riuniti all’ora di pranzo intorno a una tavola imbandita stile banchetto nuziale. Tutti ignari che in brevissimo tempo quell’oasi in mare aperto si sarebbe inabissata a forza di esplosivo».


Per l’ingegner Rosa e per i suoi compagni di avventura fu la concretizzazione di un sogno. Quella palafitta fatta di tubi di metallo avrebbe dovuto elevarsi, di altri quattro piani rispetto a quello esistente e i 400 metri quadrati avrebbero potuto ampliarsi gradualmente grazie all’aggiunta di altre piattaforme satelliti che col tempo potevano essere congiunte alla piattaforma madre.Continua la Beccaria: «… per finanziare anche le casse pubbliche, si puntava sull’effetto curiosità, con i riminesi (oriundi o acquisiti per la stagione estiva) che affittavano un’imbarcazione, visitavano l’isola e poi rientravano sulla terra ferma. Così c’era l’idea di aprire negozi, vendere souvenir, scavarsi la propria nicchia di particolarità fatta di piatti tipici, ma soprattutto di autonomie (anche fiscali), alla San Marino o Principato di Monaco».
Nel breve arco di vita dell’Isola delle Rose furono elaborate le più fantasiose teorie sulla sua origine e sulle sue finalità: centro di spionaggio, televisione pirata, presidio pre-invasione di potenze occidentali. In pieno clima di Guerra Fredda, in molti affermavano di esser certi che a difesa della piattaforma vi fossero i sottomarini sovietici.
A Rosa fu attribuita l’intenzione di aprire un casinò, un distributore di benzina, un night, tutto ovviamente esentasse, e di voler svolgere vendita di contrabbando. Ebbe modo di raccontare l’ingegnere bolognese: «Mi ritrovai decine di pilotine di capitaneria e carabinieri attorno alla piattaforma. Una situazione surreale dettata evidentemente dalla paura della libertà che avevo conquistato».
Nel corso dell’estate 1968 pare che la micronazione volesse dotarsi di una piccola stazione radiofonica in onde medie, in modo da sensibilizzare l’opinione pubblica sulla propria causa e per contrastare le azioni repressive del governo italiano.
La libertà dello Stato al largo di Rimini in poche settimane conquistò il cuore di migliaia di persone in Italia e in Europa. In tanti vedevano in quella piattaforma in mezzo all’Adriatico, in cui si parlava una lingua comune, il sogno di giustizia e uguaglianza, di pace e di progresso che tanto era in voga in quegli anni di rivoluzione giovanile. L’eco della Summer of Love di San Francisco dell’anno prima, del Maggio francese e della Primavera di Praga stavano facendo breccia anche tra i giovani italiani.
Purtroppo questo sogno di libertà ebbe vita brevissima. Il 25 giugno 1968, appena 55 giorni dopo la proclamazione dell’indipendenza, lo Stato italiano dichiarò l’embargo e occupò militarmente l’Insulo de la Rozoj. Poiché l’Isola delle Rose era facilmente raggiungibile dalla costa, il governo italiano era convinto che l’ingegnere bolognese se ne stesse usando come di uno stratagemma per raccogliere proventi turistici, evitando il pagamento delle relative tasse. Una decina di pilotine della Capitaneria di Porto, Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza accerchiarono e posero sotto assedio l’isola, impedendo l’attracco a chiunque. Fu un vero e proprio blocco navale.
L’Isola aveva un solo abitante stabile, Pietro Bernardini, che, dopo aver naufragato nel mare Adriatico durante una tempesta, si era salvato, dopo essere stato otto ore alla deriva, raggiungendo la piattaforma . Anche al guardiano Pietro Ciavatta e a sua moglie, che si trovavano anch’essi sull’isola, non fu consentito di sbarcare a terra.
Il “Governo della Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose” inviò un telegramma al Presidente della Repubblica Italiana Giuseppe Saragat per lamentare «la violazione della relativa sovranità e la ferita inflitta sul turismo locale dall’occupazione militare». Il telegramma però fu bellamente ignorato.
Solo l’11 luglio 1968 le autorità italiane permisero agli abitanti dell’isola di sbarcare a Rimini.
Ad agosto, il ministero della Marina mercantile inviò alla Capitaneria di Porto di Rimini un dispaccio, in cui veniva formalmente intimato a Rosa di demolire la piattaforma. L’ingegnere presentò ricorso che fu respinto. Nel frattempo, il 30 settembre 1968, le Autorità italiane stimavano che la demolizione dell’isola sarebbe costata circa 31 milioni di lire, all’incirca il prezzo che era costata la costruzione all’ingegner bolognese.
Nonostante l’interessamento di alcuni esponenti politici, il 29 novembre 1968, a Rimini furono sbarcati a terra tutti i materiali trasportabili trovati sulla piattaforma, in vista della demolizione con esplosivo della struttura. In breve arrivarono le navi della Marina Militare, un barcone da trasporto e dei sommozzatori per minare la struttura. In un certo senso si può affermare che era la prima guerra che dopo il 1945 coinvolgeva il nostro Paese.
Rosa rilasciò una durissima intervista al giornalista Amedeo Montemaggi di Rimini de «Il Resto del Carlino», che però evitò di trascrivere l’affermazione: «mi vergogno di essere italiano!».
La struttura resistette a due successive esplosioni controllate (11 e 13 febbraio 1969) che però produssero l’effetto di danneggiarla gravemente. Ridotta a una rovina in mezzo al mare, mercoledì 26 febbraio 1969, l’Isola delle Rose scomparve definitivamente tra le onde di una burrasca invernale. Lo Stato libero del Mare Adriatico non esisteva più.

A Rimini, appresa la notizia dell’inabissamento, c’è chi ricorda che vennero affissi manifesti a lutto in cui stava scritto: «Nel momento della distruzione di Isola delle Rose, gli Operatori Economici della Costa Romagnola si associano allo sdegno dei marittimi, degli albergatori e dei lavoratori tutti della Riviera Adriatica condannando l’atto di quanti, incapaci di valide soluzioni dei problemi di fondo, hanno cercato di distrarre l’attenzione del Popolo Italiano con la rovina di una solida utile ed indovinata opera turistica. Gli abitanti della Costa Romagnola».
Il successivo smantellamento delle macerie durò circa fino a metà aprile dello stesso anno. Tuttavia la vicenda non terminò qui. Il governo della Repubblica dell’Isola delle Rose andò in esilio. Emise un francobollo di protesta (“La rabbia del nemico distrusse l’opera non l’idea”) e proseguì nella battaglia legale. Tar, Consiglio di Stato.
Le polemiche continuarono anche dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato, secondo il quale le pretese d’indipendenza e sovranità accampate dai proprietari della piattaforma erano infondate, con la motivazione finale che, anche fuori dall’Italia, i cittadini italiani devono sottostare alle leggi dello Stato.


In un’intervista al quotidiano «La Stampa», pubblicata il 10 settembre 2012, alla domanda se trovandosi nella stessa situazione di allora avrebbe rifatto tutto ciò che aveva fatto, Giorgio Rosa rispose: «Pentito? No assolutamente, non ho mica ucciso nessuno! Se lo rifare? Conoscendone l’esito, no, perché non amo ripetere gli errori. Anzi, forse fu più un peccato d’ingenuità. La piattaforma mi costò 30-35 milioni di lire. Comunque mi sono rifatto abbondantemente: ho esercitato la libera professione con molta fortuna, i miei clienti dopo tutta questa réclame crebbero del 100-140%. E poi, in un certo senso sono passato alla storia se dopo tutti questi anni se ne parla ancora».Il 2 marzo 2017, Giorgio Rosa si è spento all’età di 92 anni. Con lui termina la storia del progetto di un visionario ingegnere bolognese, “romagnolo inconsapevole”, ma il suo sogno non è caduto nell’oblio. In molti hanno tratto ispirazione dalla storia dell’Isola delle Rose per scrivere libri o girare film o documentari. Poi, nel 2011 l’americano Peter Thiel, ideatore del sistema di pagamento PayPal, ha rilanciato l’idea delle piattaforme marine, progettando di costruire, in giro per il mondo, in acque internazionali, isole artificiali senza legge, da costituire come Stato sovrano, con dieci milioni di residenti, divisi per un massimo di 270 abitanti per isola.
I sognatori vengono e vanno, ma i grandi sogni vivono di vita propria e non muoiono mai.

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Marco Viroli

Marco Viroli è nato a Forlì il 19 settembre 1961. Scrittore, poeta, giornalista pubblicista, copywriter, organizzatore di eventi, laureato in Economia e Commercio, nel suo curriculum vanta una pluriennale esperienza di direzione artistica e organizzazione di mostre d’arte, reading, concerti, spettacoli, incontri con l’autore, ecc., per conto di imprese ed enti pubblici. Dal 2006 al 2008 ha curato le rassegne “Autori sotto la torre” e “Autori sotto le stelle” e, a cavallo tra il 2009 e il 2010, si è occupato di pubbliche relazioni per la Fondazione “Dino Zoli” di arte contemporanea. Tra il 2010 e il 2014 ha collaborato con “Cervia la spiaggia ama il libro” (la più antica manifestazione di presentazioni librarie in Italia) e con “Forlì nel Cuore”, promotrice degli eventi che si svolgono nel centro della città romagnola. Dal 2004 è scrittore e editor per la casa editrice «Il Ponte Vecchio» di Cesena. Autore di numerose prefazioni, dal 2010 cura la rubrica settimanale “mentelocale” sul free press settimanale «Diogene», di cui, dal 2013, è anche direttore responsabile. Nel 2013 e nel 2014, ha seguito come ufficio stampa le campagne elettorali di Gabriele Zelli e Davide Drei, divenuti poi rispettivamente sindaci di Dovadola (FC) e Forlì. Nel 2019 ha supportato come ufficio stampa la campagna elettorale di Paola Casara, candidata della lista civica “Forlì cambia” al Consiglio comunale di Forlì, centrando anche in questo caso l’obiettivo. Dal 2014 al 2019 è stato addetto stampa di alcune squadre di volley femminile romagnole (Forlì e Ravenna) che hanno militato nei campionati di A1, A2 e B. Come copywriter freelance ha collaborato con alcune importanti aziende locali e nazionali. Dal 2013 al 2016 è stato consulente di PubliOne, agenzia di comunicazione integrata, e ha collaborato con altre agenzie di comunicazione del territorio. Dal 2016 al 2017 è stato consulente di MCA Events di Milano e dal 2017 al 2020 ha collaborato con la catena Librerie.Coop come consulente Ufficio Stampa ed Eventi. Dal 2016 al 2020 è stato fondatore e vicepresidente dell’associazione culturale Direzione21 che organizza la manifestazione “Dante. Tòta la Cumégia”, volta a valorizzare Forlì come città dantesca e che culmina ogni anno con la lettura pubblica integrale della Divina Commedia. Da settembre 2019 a dicembre 2020 è stato fondatore e presidente dell’associazione culturale “Amici dei Musei San Domenico e dei monumenti e musei civici di Forlì”. Da dicembre 2020 è direttore artistico della Fabbrica delle Candele, centro polifunzionale della creatività del Settore delle Politiche Giovanili del Comune di Forlì. PRINCIPALI PUBBLICAZIONI Nel 2003 ha pubblicato la prima raccolta di versi, Se incontrassi oggi l’amore. Per «Il Ponte Vecchio» ha dato alle stampe Il mio amore è un’isola (2004), Nessun motivo per essere felice (foto di N. Conti, 2007) e "Canzoni d'amore e di funambolismo (2021). Suoi versi sono apparsi su numerose antologie, tra cui quelle dedicate ai Poeti romagnoli di oggi e… («Il Ponte Vecchio», 2005, 2007, 2009, 2011, 2013), Sguardi dall’India (Almanacco, 2005) e Senza Fiato e Senza Fiato 2 (Fara, 2008 e 2010). I suoi libri di maggior successo sono i saggi storici pubblicati con «Il Ponte Vecchio»: Caterina Sforza. Leonessa di Romagna (2008), Signore di Romagna. Le altre leonesse (2010), I Bentivoglio. Signori di Bologna (2011), La Rocca di Ravaldino in Forlì (2012). Nel 2012 è iniziato il sodalizio con Gabriele Zelli con il quale ha pubblicato: Forlì. Guida alla città (foto di F. Casadei, Diogene Books, 2012), Personaggi di Forlì. Uomini e donne tra Otto e Novecento («Il Ponte Vecchio», 2013), Terra del Sole. Guida alla città fortezza medicea (foto di F. Casadei, Diogene Books, 2014), I giorni che sconvolsero Forlì («Il Ponte Vecchio», 2014), Personaggi di Forlì II. Uomini e donne tra Otto e Novecento («Il Ponte Vecchio», 2015), Fatti e Misfatti a Forlì e in Romagna («Il Ponte Vecchio», 2016), Fatti e misfatti a Forlì e in Romagna volume 2 («Il Ponte Vecchio», 2017); L’Oratorio di San Sebastiano. Gioiello del Rinascimento forlivese (Tip. Valbonesi, 2017), Fatti e misfatti a Forlì e in Romagna, vol. 3 («Il Ponte Vecchio», 2018). Nel 2014, insieme a Sergio Spada e Mario Proli, ha pubblicato per «Il Ponte Vecchio» il volume Storia di Forlì. Dalla Preistoria all’anno Duemila. Nel 2017, con Castellari C., Novara P., Orioli M., Turchini A., ha dato alle stampe La Romagna dei castelli e delle rocche («Il Ponte Vecchio»). Nel 2018 ha pubblicato, con Marco Vallicelli e Gabriele Zelli., Antiche pievi. A spasso per la Romagna, vol.1 (Ass. Cult. Antica Pieve), cui ha fatto seguito, con gli stessi coautori, Antiche pievi. A spasso per la Romagna, vol. 2-3-4 (Ass. Cult. Antica Pieve). Nel 2019, ha pubblicato con Flavia Bugani e Gabriele Zelli Forlì e il Risorgimento. Itinerari attraverso la città, foto di Giorgio Liverani,(Edit Sapim, 2019). Sempre nel 2019 ha pubblicato a doppia firma con Gabriele Zelli Fatti e Misfatti a Forlì e in Romagna volume 4 («Il Ponte Vecchio») e Forlì. Guida al cuore della città (foto di F. Casadei, Diogene Books). Con Gabriele Zelli ha inoltre dato alle stampe: La grande nevicata del 2012 (2013), Sulle tracce di Dante a Forlì (2020), in collaborazione con Foto Cine Club Forlì, Itinerario dantesco nella Valle dell’Acquacheta (2021), foto di Dervis Castellucci e Tiziana Catani, e I luoghi di Paolo e Francesca nel Forlivese (2021), foto di D. Castellucci e T. Batani. È inoltre autore delle monografie industriali: Caffo. 1915-2015. Un secolo di passione (Mondadori Electa, 2016) e Bronchi. La famiglia e un secolo di passione imprenditoriale (Ponte Vecchio, 2016). 

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