O Capitana, mia capitana

«O Capitano! Mio Capitano! Il nostro viaggio tremendo è terminato, la nave ha superato ogni ostacolo, l’ambìto premio è conquistato, vicino è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta, occhi seguono l’invitto scafo, la nave arcigna e intrepida». Walt Withman, 1865.

Se non ci fosse stato il professor John Keating, molto probabilmente non avrei mai conosciuto – nonostante la mia frequentazione con molti poeti americani, a dire il vero molto più vicini a noi nel tempo – la poesia con cui  Walt Withman volle onorare il presidente Lincoln, il capitano di cui parla la poesia, ucciso sul ponte di comando della nave (gli Stati Uniti), passata per il “viaggio tremendo” della guerra di secessione, subito dopo averla condotta in porto vittoriosa.

L’obbedienza non è più una virtù.

Ma in questo caso, ovviamente, voglio riferirmi alla “mia Capitana” quella piccola grande donna tedesca, Carola Rackete, che come il professor Keating, si è ribellata e, consapevole di correre il rischio (seppur remoto) di finire in galera, ha risposto solo alla sua coscienza. Tranquilli, almeno stavolta non citerò don Milani e la sua lettera “L’obbedienza non è più una virtù” bensì Martin Luther King e la sua “Lettera da Birmingham“.Non so se i due si conoscessero personalmente, quel che è certo che le lettere (due ne scrisse Milani), vergate a due anni di distanza (nel 63 dal carcere di Birmingham (Alabama); nel ’65 e ’67 quelle di don Lorenzo) presentano non poche analogie. La prima: entrambe sono scritte ad un gruppo di confratelli. Un gruppo di cappellani militari che straparlavano di “Patria” e otto ecclesiastici bianchi politicamente moderati che accusarono King di aver agitato residenti locali e di non aver dato al sindaco, Art Hanes, la possibilità di apportare modifiche alle politiche segregazioniste approntate da Eugene “Bull” Connor, il commissario per la sicurezza pubblica che, dopo aver fatto bombardare le chiese dei neri li incolpò delle violenza che aveva generato il bombardamento.La seconda analogia, il tema trattatoTutti e due i maestri si battono per il diritto della coscienza sull’obbedienza; per il primato della responsabilità sulla Legge!

Luther King e Sant’Agostino

Scrive, infatti Luther King:«Credo che esistano due tipi di leggi, quelle giuste e quelle ingiuste. Tutti noi abbiamo il dovere di obbedire alle leggi giuste e l’obbligo morale di disobbedire a quelle ingiuste. Perché non collaborare col male è un obbligo morale tanto quanto collaborare con il bene… Sono d’accordo con S. Agostino – scrive ancora King – per cui: “Una legge ingiusta non è affatto una legge”. Ora qual è la differenza fra le due? Come si può determinare se una legge è giusta o ingiusta? Per porla nei termini di S. Tommaso d’Aquino: ”Una legge ingiusta è una legge umana che non trova radice nella legge eterna e nella legge naturale. Ogni legge che innalza la personalità umana è giusta. Ogni legge che degrada la personalità umana è ingiusta».Vi è, infine, un’ultima analogia: il bisogno d’insegnare che non è facoltativo, bensì OBBLIGATORIO DISOBBEDIREPUBBLICAMENTE alle leggi ingiuste perché, afferma Luther King:«...quando un uomo disobbedisce ad una legge che ritiene ingiusta, dovrebbe farlo pubblicamente, gioiosamente, amorevolmente, in modo civile e non incivile e dovrebbe farlo con l’intenzione di accettare la penaQualunque uomo che accetta una pena che ritiene ingiusta e rimane in prigione per risvegliare la coscienza della comunità riguardo l’ingiustizia della legge, sta esprimendo in quel momento il più alto rispetto per la legge».Altro che:«Le leggi ci sono che piaccia o non piaccia» come dice il “premier” f.f. da Osaka che non «vuole sostituirsi alla magistratura a cui spetta di applicare le leggi». Altro che:«Giustizia è fatta!» del “vice premier” p.t. (speriamo) per cui la giustizia sommaria viene prima del diritto e della legge stessa e il giudizio di merito non serve perché è già stato sentenziato da quella minoranza di popolo (17 o 35 per cento sempre minoranza resta) che l’ha intronizzato per sdoganare rabbia, odio e invidia sociale e che lui degnamente rappresenta. E, infine, altro che:«Non bisogna alimentare la rabbia» dell’altro vice p.t (anche lui con i giorni sembra, sempre più contati) più preoccupato di scrivere leggi che aboliscono nell’ordine: la povertà; la miseria; il senso del ridicolo; il buon senso mentre promuovono: commissioni d’inchiesta sulle associazioni di volontariato e contratti farlocchi con controparti inventate. La scelta di Carola parte dal profondo rispetto della Legge, quella stessa che lor signori – vista la considerazione che ne hanno – si ostinano a scrivere in minuscolo e che, per lei, al contrario è talmente sacra di scegliere la prigione anche sapendo che è ingiusta. 

Il disprezzo del Diritto

Ingiusta la Legge come ingiusti e ingiustificati sono i capi d’imputazione che le vengono contestati (ne sapremo di più dopo l’interrogatorio di convalida del GIP) e le procedure di arresto che vi sottostanno attuate solo per rispondere al diktat ministeriale.Non serve un giurista per capire che gli articoli – riportati dalla Stampa (notare la “S”) – se rispondessero a verità non sono applicabili alla Capitana e suonano come una stonatura. Se, infatti, ci si fosse semplicemente premurati di leggerli, magari in sequenza, avremmo appurato e fatto appurare alla Opinione Pubblica che l’articolo 1099 del codice della navigazione punisce “con la reclusione fino a due anni“:«Il comandante della nave, che nei casi previsti nell’articolo 200 non obbedisce all’ordine di una nave da guerra nazionale».Ma un reato che, fatta salva la sospensione condizionale, non avesse previsto almeno tre anni di pena massima non bastava per la custodia cautelare e allora… sotto con il 1100 che, invece, di anni di galera ne comminada tre a diecisempre allo stesso comandante ma stavolta anche a:«l’ufficiale della nave, che commette atti di resistenza o di violenza contro una nave da guerra nazionale». Il gioco sembrerebbe fatto se non fosse che, come visto, l’articolo 1099 richiama il 200 (sempre del Codice della Navigazione,R.D. 30 marzo 1942, n. 327 aggiornato con le modifiche introdotte dal decreto legislativo 29 ottobre 2016, n. 221 e dalla Legge 1 dicembre 2016, n. 230) che chiarisce come debba essere inteso l’aggettivo “nazionale”:«In alto mare, nel mare territoriale, e nei porti esteri dove non sia un’autorità consolare, la polizia sulle navi mercantili nazionali è esercitata dalle navi da guerra italiane». Ma la nostra capitana, pur parlando cinque lingue, mi risulta essere di nazionalità tedesca, operante su una nave olandese per una ONG tedesca. «Che c’azzecca» direbbe allora il giurista di Montenero di Bisaccia. Niente, almeno a me pare ovvio. Eppure, tra fischi ed applausi, la mia Capitana, a cui sono state risparmiate almeno le manette, è stata scortata in auto della polizia, ai domiciliari fino al centro migranti dell’isola di Lampedusa.«Forse – ho pensato allora – il reato sarà il quell’articolo 428 del Codice Penale, che la Procura si è premurata di contestarle in aggiunta». Ecco cosa recita l’altro articolo per cui è nei “guai” Carola:«Chiunque cagiona il naufragio o la sommersione di una nave o di un altro edificio natante, ovvero la caduta di un aeromobile, di altrui proprietà, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni. La pena è della reclusione da cinque a quindici anni se il fatto è commesso distruggendo, rimuovendo o facendo mancare le lanterne o altri segnali, ovvero adoperando falsi segnali o altri mezzi fraudolenti.Le disposizioni di questo articolo si applicano anche a chi cagiona il naufragio o la sommersione di una nave o di un altro edificio natante, ovvero la caduta di un aeromobile, di sua proprietàse dal fatto deriva pericolo per la incolumità pubblica». 

Naufragio? Quale naufragio? A meno che la “Stampa” non ce ne abbia nascosto uno, non mi risultano naufragi a meno che la Procura (sempre sia vero quanto riportato dalla “Stampa”) non si riferisca a quello di un barcone con più di 50 disperati a bordo che la mia Capitana non ha causato ma di cui, anzi, si è fatta carico portando in salvo quell’Umanità disperata, in un porto sicuro, dopo più di 15 giorni. Ma, allora, se è a questo naufragio a cui la Procura si riferisce, perché si traduce in prigione la mia Capitana invece di darle una medaglia e intestarle una piazza a Milano o a Roma? E, ancora, se questo è il naufragio a cui ci si vuole riferire anche il reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, tanto caro a “lor signori” delle manette (per gli altri), in virtù della “scriminante” (si dice così, non è colpa mia: è legulese) prevista dall’articolo 54 del Codice Penale:«Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo».

Fine Giurista o uomo di buon senso

 Ecco, allora, non serve un fine giurista, quale io non sono. Basterebbe, altresì, una persona dotata di “buon senso” quello stesso che il Manzoni, al capitolo 32° de “I Promessi Sposi” riferisce al Muratori rispetto agli untori e secondo cui:«c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune» per evitare che, come prosegue Manzoni, oltre a:«I magistrati, scemati ogni giorno, e sempre più smarriti e confusi, tutta, per dir così, quella poca risoluzione di cui eran capaci, l’impiegarono a cercar di questi untori» lo faccia anche chi dovrebbe, invece, aiutare l’Opinione Pubblica a comprendere.Basterebbe una persona di buon senso che, ripeto, scevra dalla ricerca del consenso a tutti i costi, riconoscesse il samaritano, in questo caso la samaritana e l’additasse al pubblico encomio. Altro che le manette e l’arresto in flagranza di reato.Per quel che riguarda me, infine, che titolo di “persona di buon senso” credo di essermelo conquistato sul campo in anni di militanza sindacale, al di la dei ragionamenti sui reati e le colpe, quello che mi interessa è che la mia Capitana abbia fatto la scelta giusta, DISOBBEDIRE ad una Legge ingiusta che ci vorrebbe disumani. Per questo motivo Carola è mia sorella e per lei salgo sul mio banco e grido:«Oh Capitana, mia Capitana! Risorgi, odi le campane; risorgi – per te è issata la bandiera – per te squillano le trombe, per te fiori e ghirlande ornate di nastri – per te le coste affollate, te invoca la massa ondeggiante, a te volgono i volti ansiosi».

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