E se la plastica ce l’avessimo in testa?

Da quando le borsine biodegradabili sono obbligatorie i consumi si sono spostati in massa sul confezionato. Per risparmiare due centesimi. E intanto il mare si riempie di rifiuti. Motivi di speranza e di disperazione dal convegno organizzato a Rimini da Alleanza delle Cooperative, MareVivo e Ama

Maionese con etichetta in francese, bottiglie di the dai supermercati arabi. Sono alcuni degli ultimi ritrovamenti sulle coste incontaminate della Sardegna, nelle masse di rifiuti che viaggiano in mare e non risparmiano nemmeno le riserve naturali più nascoste. Ai primi posti della classifica degli orrori ci sono cannucce, cotton fioc, accendini e bottiglie di plastica.

 Sul banco degli imputati c’è la plastica, da materiale meraviglia in grado di risolvere tutti i problemi a problema principale per la salute degli ecosistemi marini. Ce n’è troppa e oltre che sulle spiagge finisce nella pancia dei pesci, per di più in modo microscopico. Così ce la mangiamo senza saperlo. È ben visibile invece l’immondizia che intasa le reti dei pescatori, a quintali.  Almeno adesso, grazie a una legge ad hoc, i capitani delle navi potranno riportarla a terra per smaltirla, mentre fino a pochi mesi fa erano obbligati a ributtarla a mare.

Il convegno di Rimini

Se n’è parlato in Romagna, sabato 15 giugno a Rimini, nel corso del convegno  “Plastica in… rete”, organizzato da Marevivo, Alleanza delle Cooperative italiane – Coordinamento nazionale del settore della pesca, AMA Associazione Mediterranea Acquacoltori. Presenti  ricercatori, associazioni, istituzioni, aziende di raccolta dei rifiuti.

Il fenomeno riguarda e preoccupa tutti. Ma come si argina? Bandire l’incubo del monouso è un primo passo, andare verso una plastica sempre più ecologica e riciclabile il secondo. Ma il futuro è per forza simile a quello che facevano i nostri nonni: bicchieri di vetro dove si può, contenitori riutilizzabili lavabili in lavastoviglie anche nei locali pubblici. Basta una piccola cauzione e la gente, è provato, li riporta indietro.

Il principio è quello che si insegna ai bambini: sensibilizzarli perché capiscano che tutto quello che si butta in mare, questi lo restituirà. Il problema c’è anche per il turismo: nessuno farebbe il bagno in mezzo ai sacchetti del supermercato, o alle calze in polipropilene che servono per coltivare le cozze. La produzione di molluschi è un pezzo del problema, nonostante l’impegno di chi si occupa di acquacoltura. Nuovi sistemi biodegradabili e compostabili sono in sperimentazione, ma occorre lavorare ancora.

Tomas Parenti, il giovane capitano del Levriero II che ha lanciato i “pescaspazzini”

L’attenzione da queste parti è altissima: Rimini e la Romagna sono un caso scuola nel mondo, anche perché il mare è una ricchezza per tanti. Le cooperative dei bagnini e dei pescatori sono in prima fila con ambientalisti e istituzioni. Qui è nato “Puliamo il mare”, un’iniziativa che quest’anno si è estesa a tutta la costa regionale. Qui hanno preso il mare i “pescaspazzini”, grazie alla sana testardaggine del giovane comandante del “Levriero II”, Tomas Parenti. La petizione online all’allora ministro Costa per chiedere di permettere ai pescatori di pulire il mare senza pericolo di penalità raccolse ben 210mila firme.

Dalla Regione, rappresentata in forze, attenzione e realismo. Da quando le borsine biodegradabili sono obbligatorie e costano due centesimi i consumi si sono spostati in massa sul confezionato, ha ricordato l’assessore Simona Caselli. Qualcuno ha provato a togliere il “packaging” a un dentifricio: le vendite sono crollate.

La plastica, in fondo, ce l’abbiamo nella testa.

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