Contributi per l’editoria, basta con il populismo

Una riforma con i controfiocchi. È quello che serve all’editoria per evitare che in futuro ci possano essere assalti alla diligenza. Purtroppo quando si parla di riforma dell’editoria si pensa solo ai contributi pubblici. Chi lo fa rischia di diventare patetico. Il riferimento non è solo ai 5stelle ed ai loro scendiletto, ma soprattutto a loro. Bisogna sottolineare che stiamo parlando di cifre irrisorie: alcune decine di milioni che, fra l’altro, non sarebbero un esborso per le casse dello Stato. Quei soldi, nel corso dello stesso anno, rientrerebbero nelle casse statali sotto forme di tasse (di diverso genere) che altrimenti non sarebbero pagate. Perché quel contributo pubblico (di fatto un anticipo) permette di tenere in piedi tantissime piccole realtà e di creare una ricchezza (diretta e indiretta) che altrimenti non ci sarebbe.

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Il sottosegretario con delega all’editoria Luca Lotti

Sono cose che tutti sanno. A partire dai 5Stelle. Ma che non contano niente. Il problema è che si ha l’impressione che tutto sia portato avanti solo per tenere issata quella che è stata una delle bandiere del movimento che contestava i contributi pubblici quando erano tutta un’altra cosa: parliamo di circa 500 milioni all’anno (oltre dieci volte in più della cifra attuale) e finivano anche in mani che niente avevano a che fare con l’editoria cooperativa e no profit. Adesso, con oltre 450 milioni in meno e con una pulizia, molto selettiva, fra gli aventi diritto, le cose sono completamente cambiate. Non per i grillini che, evidentemente, non vogliono indispettire gli aderenti della prima ora. Quelli del Vaffa e che chiedevano lo stop ai contributi pubblici. Sono gli stessi che credono che le cose siano le stesse di parecchi anni fa e che, probabilmente, non sanno che quel contributo\acconto è l’ultimo baluardo per la pluralità dell’informazione. Nessuno, forse, gli ha detto che se cancellassero quei cinquanta milioni scarsi tante piccole realtà fatte di editori puri dovrebbero chiudere, mentre resterebbero solo i gradi gruppi (cinque o sei al massimo) che non sono proprio editori puri. Complimenti alla coerenza di chi vuole questo.

Il settore invece ha bisogno di una riforma seria. Che faccia chiarezza su chi può accedere ai contributi. Ma anche legarli alle copie effettivamente vendute e al dipendenti. Nella stessa poi ci deve finire anche il web. Senza che lo stesso sia un asso pigliatutto. Bisogna poi fare chiarezza anche su tante altre cose. In primo luogo ruolo delle edicole e prepensionamenti.

Come si vede di carne al fuoco ce ne sarebbe tanta da mettere. Ma per farlo serve buon senso, ma soprattutto, bisogna bandire il populismo. Buon lavoro.

Davide Buratti

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Davide Buratti

Davide Buratti, giornalista professionista, fondatore della Cooperativa Editoriale Giornali Associati che pubblica il Corriere Romagna, di cui dal 1994 e per 20 anni è stato responsabile della redazione di Cesena. Oggi in pensione scrive di politica, economia e attualità a 360 gradi nel suo blog per Romagna Post. Per contatti utilizzate il box commenti sotto gli articoli. 

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