Socialdemocrazia ancora attuale

I socialdemocratici non sono una specie in via di estinzione. Nei giorni scorsi, dopo che ho postato un pezzo che caldeggiava una politica keynesiana da parte di Renzi, Gian Paolo Castagnoli, amico e collega, mi ha inviato un sms ipotizzando che, per le nostre idee, io e lui potremmo essere da riserva indiana. Non sono d’accordo. Non perché non mi troverei bene in una riserva indiana. Anzi, con il passare degli anni cresce la mia visione zen e in ambiente “protetto” potrei aumentare questa predisposizione.
Non sono d’accordo perché ritengo che la socialdemocrazia non sia assolutamente superata. Anzi, nonostante la crescente visione 2.0, è di grande attualità. Purché sia rivista e corretta. Come, del resto, hanno fatto Tony Blair e, soprattutto, Gerhard Schröder, quello che ritengo essere stato il socialdemocratico più innovativo. Con le sue riforme, anche in campo fiscale, ha voltato la Germania come un calzino e l’ha fatta tornare la locomotiva europea. Riforme che però i tedeschi hanno faticato a digerire e gli sono costate la rielezione. Riforme che però avevano una visione socialdemocratica. Che alla fine hanno tutelato la classe media e quindi non hanno impoverito il paese. Cosa che, invece, sta succedendo in Italia.
Non è un caso se un recente rapporto dell’Ocse riporta che in Italia aumenta la forbice sociale, quella tra ricchi e poveri. Il rapporto, in sintesi, afferma: Nonostante un reddito medio disponibile corretto pro capite delle famiglie, pari a 24.724 dollari all’anno, sia superiore alla media Ocse (23.938 dollari l’anno), in Italia “c’è un notevole divario tra i più ricchi e i più poveri”, dice il rapporto. “Il 20% più ricco della popolazione”, si legge nel rapporto, “guadagna quasi sei volte di più del 20% più povero”.
Secondo i dettami della socialdemocrazia la strada non è quella giusta. La socialdemocrazia è un movimento politico e culturale in origine fondato su un’ideologia politica emersa tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, che si propone di modificare il capitalismo in uno stato democratico stato sociale, senza eliminarne i presupposti, come la proprietà privata e il libero mercato, influenzata anche dell’economia keynesiana. Come forma di governo, indica anche una coalizione di partiti socialisti democratici in senso stretto, mentre come ideologia indica una democrazia con un avanzato stato sociale, che accetta però il capitalismo.
Una filosofia che ha alcuni punti fermi: un sistema di regolamentazione delle imprese private nell’interesse dei lavoratori, dei consumatori e delle aziende di piccole dimensioni;
un esteso sistema di sicurezza sociale, soprattutto per limitare le conseguenze della povertà e di proteggere i cittadini dalla perdita di potere di acquisto a causa della disoccupazione o delle malattie; programmi governativi in materia di educazione, salute e così via per tutti i cittadini; livelli moderati o elevati di tassazione al fine di sostenere la spesa pubblica. Sistema di tassazione progressivo; leggi in funzione della tutela dell’ambiente (sebbene non nella misura estrema sostenuta dai Verdi); posizioni progressiste in materia di immigrazione e multiculturalismo; posizioni secolari e progressiste, pur entro un ampio margine di variabilità; una politica estera a sostegno del multilateralismo e delle istituzioni internazionali.
Il rischio è quello di non riuscire a tenere sotto controllo e, quindi, di applicare una tassazione insostenibile. Cosa che non dovrebbe essere necessaria in presenza di una ricchezza diffusa. Più soldi nei portafogli significa più Pil e, quindi, maggiore gettito fiscale.
Un circolo virtuoso che può essere rotto solo dall’incapacità di tenere sotto controllo la spesa pubblica che ancora ha tantissime voci che possono essere aggredite a partire dagli investimenti improduttivi che, spesso, fanno rima con nepotismo. Una cosa, comunque, è certa. Non è un problema che si elimina o si affronta con i tagli lineari. Pensandoci bene la ricetta non dovrebbe essere difficile: basterebbe applicare al bilancio dello Stato i criteri del buon padre di famiglia o dell’imprenditore avveduto. Non c’è niente da inventare. Anzi, bisogna diffidare dagli illusionisti. Spesso, anzi, quasi sempre, dal cilindro non esce un coniglio, ma un topolino.

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Davide Buratti

Davide Buratti, giornalista professionista, fondatore della Cooperativa Editoriale Giornali Associati che pubblica il Corriere Romagna, di cui dal 1994 e per 20 anni è stato responsabile della redazione di Cesena. Oggi in pensione scrive di politica, economia e attualità a 360 gradi nel suo blog per Romagna Post. Per contatti utilizzate il box commenti sotto gli articoli. 

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