Pasolini (Legacoop): “Sulla crisi economica non è possibile fare previsioni”

Cinque anni di crisi alle spalle, di allarmi inascoltati, di occasioni perdute da parte delle istituzioni. In che stato hanno lasciato il movimento cooperativo? Il tessuto tiene, ma il confronto venuto fuori dall’assemblea annuale di Legacoop Forlì-Cesena non ha risparmiato cifre e situazioni drammatiche: un decimo della forza lavoro che ha dovuto accedere alla cassa integrazione, settori interi costretti allo stremo. E quel che è peggio poche prospettive di rilancio offerte da chi governa il Paese.
Presidente Pasolini, a che punto siamo?
È il primo anno in cui non siamo in grado di fare ragionamenti in un contesto di continuità, perché non ci sono più politiche sociali e industriali che ci diano la possibilità di fare ragionamenti di lungo periodo. Non possiamo non notare che i fatti ci hanno dato ragione: più volte denunciammo che sarebbe stato sbagliato considerare congiunturale la crisi e che se ci fossimo limitati a leggere la crisi economica solo attraverso i numeri, la avremmo trattata come un fenomeno ragionieristico e non avremmo capito nulla.
Vogliamo ripartire da quel ragionamento: da dove nasce questa crisi?
Nasce la crisi perché il sistema bancario globale ha coniato e venduto moneta falsa e quando questa moneta gli è tornata in pagamento esso è esploso.
Nasce perché la rendita prodotta dal sistema industriale non era lucrosa e rapida come quella prodotta dal sistema finanziario e così gli investitori privilegiarono la finanza piuttosto che l’industria costringendola a una progressiva decadenza.
Nasce perché nel mercato globalizzato nessuno è stato (volutamente) in grado di impedire l’ingresso di produzioni industriali frutto di industrializzazioni, organizzazioni industriali e organizzazioni produttive selvagge. Prosegue perché il sistema finanziario per salvare sé stesso drena le risorse ancora disponibili e le sottrae ai sistemi produttivi e statuali. D’altronde non potrebbe che essere così; é il sistema finanziario che controlla, controllandone il debito, paesi e sistemi industriali.
Qualcuno dice che la crisi va avanti perché non ci sono più soldi per assistere le industrie. E infatti molte aziende emigrano all’estero…
Non esiste economia industriale occidentale; non esiste politica industriale occidentale che non siano assistite. È il postulato politico su cui si è potuta sviluppare la ricostruzione economica sociale e politica del dopoguerra. Di conseguenza non esiste sistema sociale che non sia assistito. Non ci sono prove contrarie. Ci sono storie abortite che semmai hanno prodotto conflitti sociali devastanti.
Le nostre aziende tutte e complessivamente tutti i nostri settori hanno vissuto di investimenti pubblici, dal piano Marshall in poi. Essi hanno riguardato il mondo agricolo, quello delle costruzioni, il manifatturiero ecc. Nel momento in cui, cogliendo l’occasione della crisi (provocata dai falsi finanziari e da una globalizzazione selvaggia) e cogliendo l’occasione offerta dalla degenerazione del costo della politica e della Pubblica Amministrazione è stata messa violentemente in discussione l’opportunità di proseguire per questa strada; è stato messo in discussione l’intero assetto industriale del paese.
Da dove si può ripartire?
In questo momento dobbiamo difenderci, sapendo che il mercato è cambiato profondamente. Prima di tutto imponendoci gestioni aziendali caratterizzate dal massimo rigore economico; dalla massima efficienza; da un alto livello di qualità produttiva ed operativa. Non potremmo più permetterci organizzazioni e strutture aziendali che nello spirito di garantire la massima occupazione, in realtà hanno sacrificato efficienza, qualità, e reso incompatibili i costi con il mercato.
Secondo, ricercando ed applicando innovazioni tecnologiche ai processi produttivi tali da garantire prodotti competitivi per costi ed esclusivi per qualità in un contesto di concorrenza globale in cui i competitori godono di un vantaggio produttivo garantito dal più totale disprezzo delle regole.
Poi occorre distinguere finalmente fra impresa cooperativa vera e falsa impresa cooperativa; abbandonando immediatamente quest’ultima. E infine, ma non per importanza, esercitando una funzione politica tesa alla salvaguardia degli interessi delle nostre imprese, ma anche alla salvaguardia di quella visione politica che ha garantito alle nostre imprese l’occasione economica e industriale e sociale di esistere. E là dove potremo e là dove ci sarà richiesto, per perseguire questo obiettivo, dovremo garantire la presenza delle cooperatrici e dei cooperatori in ogni livello istituzionale.
Che giudizio dà sulla politica locale?
Al congresso del 2011 dicemmo alla politica ed alle istituzioni del nostro territorio che non avremmo rivendicato nulla perché, non per loro colpe, non erano in grado di darci nulla.
Insistiamo nel non chiedere. Ma è indubbio che il nostro territorio sta vivendo un profondo disagio. E’ un disagio testimoniato quotidianamente dalla valutazioni e dalle considerazioni sempre più concordi che fanno i colleghi delle altre associazioni di categoria. E data la situazione non deve far specie e sorpresa se i toni e gli argomenti sono duri sia nei confronti della politica che delle istituzioni. Io condivido il merito ed il tono dei miei colleghi perché vivo le loro stesse preoccupazioni.
Cosa intende dire?
Da troppo tempo Forlì è conosciuta, in ordine: per lo scandalo di Fangopoli; per la scandalo di Divanopoli; per lo scandalo di Iper Punta di Ferro; per lo scandalo di Sapro; per lo scandalo aeroporto; per il trasferimento di grandi imprese in anonime aree marchigiane.
Non entro nel merito delle vicende ma mi sembra che molte di queste dopo il clamore mediatico, poi si siano sgonfiate o addirittura fatte di nebbia.
Grandi imprese se ne vanno da Forlì, altri ci stanno pensando. Cosa sta succedendo?
È evidente che un territorio che si pone con questa immagine non è attrattivo. Anzi è un territorio che dissuade quei cittadini che volessero impegnarsi per l’interesse generale; che dissuade quei professionisti, quegli imprenditori che volessero offrire alla società ed alle istituzioni le loro conoscenze professionali e le loro relazioni. Stiamo rischiando un corto circuito civile. Dobbiamo ricostruire una visione comune. Solo con essa sono delineabili degli obiettivi e si potrà alimentare quella forte tensione civile che oggi manca.
Cosa è mancato?
Abbiamo detto allora che non avremmo chiesto nulla. Ma avremmo chiesto solo il possibile e precisamente: che ci sia garantita una burocrazia leggera; una comune programmazione degli investimenti; un costo più basso della pubblica amministrazione, una pubblica amministrazione educata (od obbligata) ad essere a favore e non contro; una immagine complessiva del nostro territorio che attiri capitali ed investimenti.
Rispetto a questo “semplice possibile” chiesto allora, oggi il bilancio non mi sembra particolarmente positivo. Tutto ciò nonostante ci sia una sanità diffusa di alta qualità che non solo va preservata ma sviluppata; un importante e poderoso sistema industriale che va dal manifatturiero, alle costruzioni, all’agro-alimentare, al turismo. In sintesi abbiamo un patrimonio di uomini, aziende, tecnologie, ricchezze che, se visto e ragionato da un’unica intelligenza programmatoria, farebbe della Romagna una delle aree più importanti e ricche della nazione.
Legacoop in questi ultimi anni è cambiata profondamente. E adesso?
Per anni abbiamo dichiarato, dimostrato e praticato quotidianamente la nostra indipendenza dalla politica. Era un compito a cui eravamo stati chiamati per essere coerenti con le mutazioni che avevano travolto il mondo nobile da cui eravamo nati. Concluso quel difficile percorso e raggiunta la laicità che ora ci è riconosciuta e che è apprezzata da tutti, oggi per esaltare il nostro ruolo di rappresentanza dobbiamo convertire la qualità professionale della nostra funzione.
Ritengo che una adeguata ed efficace tutela degli interessi che ho richiamato prima sarà perseguibile solo se l’attività di rappresentanza politica non prescinderà da politiche di settore specialistiche. Io come rappresentante delle cooperative sono in grado di intervenire efficacemente nel merito della problematica che devo affrontare solo se sono coadiuvato da colleghi che manifestano una conoscenza professionalmente specifica di quel settore. D’altronde non stiamo manifestando tutti la convinzione che le aziende devono contenere i costi, alzare la qualità produttiva, incentivare ed innovare il loro supporto tecnologico? E se è così per chi rappresentiamo, perché non deve essere così anche per la nostra organizzazione di rappresentanza?
Sul fronte organizzativo si sono aperti più fronti dopo la provincia unica… a che punto siamo?
Oggi nel contesto economico in cui siamo costretti hanno ancora senso i costi di un’organizzazione di rappresentanza qual è la nostra Legacoop all’interno della quale coesistono ulteriori organizzazioni di rappresentanza di settore autonome per attività e per costo? Questa struttura organizzativa è necessaria e funzionale per il risultato? Anzi, è percepita come necessaria e funzionale? E’ per questa tensione di innovare che vogliamo perseguire l’obiettivo di equilibrare i costi organizzativi con la qualità del risultato atteso. È in questa ottica che assieme a Ravenna e Rimini stiamo ragionando e definendo progetti organizzativi unificanti e non certo perché mossi dalle necessità provocate dalla nuova unica Provincia. Siamo sufficientemente adulti per sapere che un organismo di secondo grado non elettivo non sarà un interlocutore protagonista delle dinamiche politiche e sociali del nostro territorio. Ed è lo stesso stimolo che ci ha portato ad abbracciare, come progetto da coronare, la costruzione di un’unica organizzazione di rappresentanza fra le tre associazioni cooperative.

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Emilio Gelosi

Giornalista professionista. Nel 2013 da una mia idea è nata RomagnaPost, il multi blog che parla della Romagna. RomagnaPost non è una testata registrata, ma una infrastruttura tecnologica, uno spazio virtuale di aggregazione dei contenuti in cui scrivono i migliori autori della Romagna. Ogni autore è responsabile in prima persona di quanto scrive. 

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